Newer posts are loading.
You are at the newest post.
Click here to check if anything new just came in.

May 10 2012

21:23

Quando Internet diventa l’ultima spiaggia di una politica morente

Una volta c’era Silvio Berlusconi. Mattatore indiscusso, nel bene e nel male, del teatrino della politica italiana. Poi sono arrivati i casini. Quattro chiacchiere in privato con Napolitano e un rapido abbandono della scena.Adieu monsier le President.

Prima di sloggiare però Silvio ha incoronato Alfano come suo successore. Qualcuno ha storto il naso. Nel suo schieramento in molti hanno ingoiato il rospo. Nei corridoi del Palazzo, i più smaliziati mormorano che l’appeal di Angelino non è proprio da sex bomb della politica. Metteteci pure un’immagine del PDL in affanno. Agitate e il risultato sarà un disastro pari a quello delle recenti amministrative all’ennesima potenza. Un rischio inaccettabile per le prossime elezioni politiche che nessuno vuole correre.

Il PDL ha bisogno di un rilancio d’immagine. Si riparte dalla comunicazione con gli elettori. Internet sarà l’ultima ancora di salvezza per risollevare le sorti di un partito un po’ sbiadito. E’ una strategia un po’ sgangherata, d’accordo. Internet è l’ultima spiaggia per tutti quando le cose buttano male.

Il piano è semplice. Hanno scelto un comunicatore coi fiocchi. Si chiama Marco Montemagno. Uno di quelli che se lo state a sentire per cinque minuti vi farà saltare i nervi e voglia di sterminare una colonia di innocui puffi. Siccome vi conosco, non saltate a facili conclusioni. Le solite malelingue so già che stanno pensando. Precisiamolo subito. Lui è uno che ci sa fare, approccio pragmatico, piglio da figlio dello zio Sam. Lo show in grande stile stelle e strisce con tanto di claque che applaude.

D’altronde a noi italiani le americanate ci sono sempre piaciute. Peccato che siamo soliti scopiazzarle con uno stile un po’ provincialotto. Che ne so, prendete una serie televisiva come “ER Medici in prima linea” e il corrispettivo casereccio de “Un medico in famiglia”. George Clooney contro Giulio Scarpati. Sfido ogni donna a decidere con quale dei due andare a letto. Ma questo è un altro discorso.
Qual è il punto.

L’articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi. S’intitola “il PDL scopre il web e cerca l’effetto Obama. Via alla marcia online per il 2013″. Dategli una letta per capire di più la faccenda che vi ho riassunto qui sopra.

La campagna elettorale di Obama è stata per certi versi rivoluzionaria. L’uso dei social network e di internet ha influito in maniera decisiva alla sua elezione. Montemagno e company ne sono evidentemente rimasti affascinati. Se la sono venduta bene. Il PDL ha abboccato. Lanciamoci nella sfida del secolo. Olè.

C’è solo un piccolo dettaglio che tutti sottovalutano. L’elezione di Obama non è stata solo frutto del merchandising elettorale, del buzz sui social network e di un’illuminata strategia di comunicazione.
Obama era la novità. Obama era il riscatto dell’America nera. Obama era la grande svolta che milioni di americani aspettavano dopo due non proprio brillanti mandati del cowboy del Texas, George W. Bush. C’è pure da dire, a sua parziale discolpa, che quando hai a che fare con due aerei impazziti che ti buttano giù due torri, di scelte da fare ne hai davvero poche.

Internet come cassa di risonanza per i vostri spot elettorali non sposterà mezzo voto alla resa dei conti delle urne. Mettetevelo bene in testa.

Potete infiocchettare le cose come volete. Ma se la percezione della gente è che la state infinocchiando, sarà lei a fregare voi. Obama era una cosa. Il PDL è un agglomerato stantio di facce già viste. Il solito mischione che gira da anni nei Palazzi del potere verso cui la gente non prova un sentimento del tutto benevolo. Possono cambiare nome, simbolo, inno. Ma sempre quelli restano.

A sinistra non c’è da stare tanto più allegri. Le considerazioni di sopra valgono anche per loro. La situazione dell’attuale classe politica italiana la conosciamo tutti e non c’è niente da aggiungere. Grillo? Un po’ come Pinterest. Se ne parla ma non sfonda. Ma bisogna riconoscere che, più di tutti, è uno di quelli che ha capito per primo come girano le cose sulla rete. Può piacere oppure no. Ma l’idea di creare un movimento che si sviluppasse autonomamente dal basso, grazie alla diffusione della rete, ha fatto breccia e, seppure con i suoi limiti, è un modello partecipativo che funziona perché replica il modello di collaborazione di internet.

I partiti invece ragionano al contrario. La classe dirigente decide. La base è lo spettatore. Più che internet replicano il funzionamento della televisione. Uno può solo cambiare canale e scegliere quello successivo. Peccato però che con i programmi che girano, è meglio tenerla spenta.

May 08 2012

19:01

Terremoto Yahoo! Cadono le prime teste dopo lo scandalo delle dichiarazioni false sul CV del CEO Scott Thompson

La storia merita una certa attenzione. Per capirla tutta va ripercorsa fin dall’inizio. Che negli ultimi tempi Yahoo! non se la passasse per niente bene è affare noto a tutti.

Nel 2009, il consiglio di amministrazione aveva invitato il fondatore Jerry Young a mettersi gentilmente da parte. La sua gestione nel ruolo di CEO era stata semplicemente disastrosa. Un mix di scarsa innovazione e scelte sbagliate che avevano portato Yahoo! sull’orlo del baratro.

Al suo posto, i membri del board avevano calato l’asso nominando Carol Bartz nel ruolo di CEO. Donna di ferro, ex CEO di Autodesk, membro di vari consigli di amministrazione da Intel a Cisco. Mica una da poco.

Tanto per farvi capire di che pasta stiamo parlando, a Michael Arrington (fondatore di TechCrunh), che durante un’intervista l’aveva stuzzicata nel modo sbagliato, aveva riservato un garbatissimo “fottiti” abbandonando la loro chiacchierata a metà. Immaginatevela pure mentre gira i tacchi e porge il dito medio al suo interlocutore invitandolo a infilarselo in quel posto.

Nonostante le aspettative, la gestione Bartz non brillò più di quella di Yang. La cura fu peggiore del male. Dicono che nei due anni alla guida del colosso del web, la Bratz abbia fatto più danni di una grandinata a primavera inoltrata.

Qualcuno ebbe la pietà di staccare la spina. Il 6 settembre del 2011 la lady di ferro ricevette una telefonata. Le comunicarono a bruciapelo che era stata licenziata. I maligni dicono “fottuta”. Le versioni ufficiali, come sapete, non coincidono mai con la realtà dei fatti.

Dopo un breve interim il board vide la luce. Trovò in Scott Thompson, Presidente di PayPal, il candidato ideale per la guida di Yahoo! Le cose sarebbero andate perfettamente. Se nel curriculum vitae, il brillante Scott, non avesse affermato il falso.

Ai tempi della nomina di Thompson molti insider non l’avevano presa bene. Il nuovo CEO non convinceva. Non perché fosse incapace. Semplicemente perché qualcuno avrebbe preferito piazzarci un amico di vecchia data.
Si chiamano giochi di forza. A dispetto di quello che alcuni credono, queste cose non succedono solo in Italia.

Dicono che qualcuno quella nomina a CEO l’avesse presa male. Dicono che sempre questo qualcuno avesse chiesto sottobanco di passare ai raggi X l’intera vita di Scott per trovare ogni minima crepa utile ad aprire una voragine che potesse inghiottirlo.

Gli americani sanno il fatto loro. Se vogliono farti fuori sanno come farlo senza scatenare effetti collaterali. Figuriamoci mettere in croce un povero Cristo.

Pochi giorni fa il curriculum di Thompson è arrivato sulla scrivania di questo qualcuno. Un fascicolo con la scritta “TOP SECRET” e due o tre righe evidenziate in giallo.
Due lauree. Una mai conseguita.
BOOM.

Prima sono arrivate le smentite. Poi le scuse rivolte a tutti da parte dell’interessato che ha liquidato la questione come un puro errore materiale. A seguire è stata avviata un’indagine per chiarire il polverone che si era scatenato. I segugi degli affari interni hanno sgamato che qualcuno sapeva. La piazza pulita è appena iniziata.

La testa di Patty Hart, responsabile della ricerca che ha portato alla selezione di Scott Thompson, è caduta poche ore fa. Dicono perché volesse concentrarsi su altre questioni inerenti al suo ruolo di CEO di International Game Technology.
Dicono.
Le versioni ufficiali, come avrete capito, non coincidono mai con la realtà dei fatti.

May 06 2012

14:30

Perché Pinterest fa tanto bene… al porno

Lo hanno etichettato come la rivelazione dell’anno. Poi, dopo un primo sprint iniziale, ha perso quasi tre milioni di utenti in neanche due mesi. Mentre tutti ne discutevano con il solito approccio filosofico, qualcuno un po’ più smaliziato è rimasto a guardare nell’ombra facendosene un’idea diversa. Carino questo Pinterest. Con un po’ di girls siliconate impegnate in certe attività vietate ad un certo pubblico potrebbe perfino essere meglio. E tutto sommato aveva ragione.

Il modello Pinterest piace. Forse, a dispetto degli scettici, funziona pure. Non è un caso che uno dei domini storici del porno sex.com, il dominio più pagato di tutti i tempi, abbia deciso di farne un clone per il lancio del nuovo sito.

A vederlo ti viene quasi il sospetto che un insider di Pinterest abbia passato sottobanco tutto il codice sorgente in cambio di chissà quali favori.

Sex.com è una vera e propria community di internauti totalmente sex oriented con tanto di board a tema dedicati. Ce ne sono per tutti i gusti suddivisi accuratamente per categorie, dall’amatoriale al vintage. Il gusto di scoprirli lo lascio a voi. Ne avrete per ore.

Il funzionamento è semplice. Ti registri. Fai il login. Crei i tuoi board. Fai il “pin” di immagini e video – di un certo spessore e profondità – che raccapezzi tra i vari YouPorn e Beeg. Li condividi con gli altri utenti. Ricevi like e repin. Ideale per ammazzare il tempo in certe serate poco riuscite.

In Italia non se ne è praticamente parlato. Altrove, il lancio di questo Pinterest del porno è stato chiacchieratisimo. Testate come l’Huffington Post gli hanno dedicato il giusto spazio che si meritava. D’altronte anche il porno è un’industria. Non dimenticatevelo.

Il porno nel nostro paese è da sempre un argomento offlimits. Se ne parli ti guardano male come uno sessualmente disturbato. Il fatto che internet lo abbia sdoganato a fenomeno di massa mondiale, facendolo entrare a pieno diritto nella cultura “popular”, è un dettaglio che nessuno vuole considerare.

Strano però che tra i primi cinque paesi nella classifica dei maggiori fruitori del porno online a livello mondiale ci siamo proprio noi italiani. E non date sempre la colpa ai soliti quattro ignoti. Il fenomeno è più diffuso di quello che vi ostinate a negare. Non serve la macchina della verità per capire che state tutti mentendo fino all’osso.

E dopotutto un giretto su Sex.com ve lo consiglio. Se proprio non vi piacciono i contenuti, almeno il layout del sito, sono sicuro, lo apprezzerete.

April 22 2012

09:14

Le vittime “illustri” del patto Facebook-Instagram

Il primo a dare l’addio era stato Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter. Una storia lunga la sua. Jack era stato tra i primi investitori di Instagram. Aveva sperato di integrarlo con Twitter. Ha tentato di acquistarlo in più di un’occasione. Se l’è invece lasciato soffiare sotto il naso dal terribile Zuckerberg.

Poi è successo anche a Phil Schiller, uno dei boss di Apple, (senior vice president of worldwide marketing) mica cosa da poco. Phil se l’è presa col fatto che Instagram, dopo aver rilasciato l’app per Android ha snaturato la sua natura di “piccola” comunità per appassionati di fotografia. La dimensione di massa che ha raggiunto Instagram, non è più in linea con lo spirito iniziale, sostiene.

Uno come me farebbe notare al maestoso Phil che è un po’ la stessa cosa che è successa ad Apple nel tempo. Da fenomeno di nicchia a quello che è oggi. Ma è meglio farsi i fatti propri. Dicono che non sia una pecorella molto docile.

La verità è che Instagram era un’esclusiva iOS e Apple, finché è rimasta tale, ci sguazzava. Un annetto fa circolavano leggende secondo cui l’aumento delle vendite degli iPhone era dovuto proprio alla Instagram mania. Niente di ufficiale, capiamoci. Ma quanto basta per capire la portata del fenomeno.

Schiller, nel suo ruolo ad Apple, ha dovuto dire basta dopo il tradimento di Instagram con Android. Un’altra vittima illustre per l’applicazione di photo sharing.

Ma a Kevin Systrom, di Schiler, interessa poco. L’app per Android ha fatto il botto. E lui siede su una montagna di un miliardo di dollari chiedendosi ancora se tutto quello che è successo sia vero.

April 15 2012

19:14

L’involuzione del Web: come Google e Facebook stanno cambiando la rete e le nostre abitudini

Corsi e ricorsi storici. Succedono inspiegabilmente in ogni contesto umano. Sarà perché non abbiamo le idee molto chiare o forse perché, per quanto le cose cambino, ci avvitiamo in una specie di spirale in cui tutto muta in superficie ma la sostanza, alla fine, resta la stessa.

Intorno alla fine degli anni Novanta il Web era accentrato attorno ai grandi portali come AOL, Yahoo!, Netscape. Poi sono esplosi i blog e allora, l’informazione e le notizie si sono ripartite in una miriade di piccoli fonti che hanno reso il Web un luogo più _democratico_ e partecipativo.

Il trend è stato questo per più di un decennio. Ora le cose sembrano di nuovo collassare sul vecchio modello, per certi versi, esasperandolo, per altri migliorandolo. Internet si sta polarizzando sempre di più su due enormi pilastri. Google e Facebook.

Google è la ricerca sul Web. Facebook è il social network del Web. Sono due giganti che hanno capito che la nuova direzione è l’integrazione dei due aspetti con un unico fine: diventare l’uno o l’altro l’unico _hub_ globale della rete.

Google sta tentando di recuperare terreno con Google+ per il social. Facebook invece, con un motore di ricerca tutto suo, per la _ricerca_. Circolano voci che Microsoft voglia liberarsi di Bing e cederlo a Zuckerberg.
Chi si aggiudicherà questa guerra modificherà di nuovo le nostre abitudini sul Web per il decennio successivo e forse di più.

I blog, capiamoci, resteranno ma ci passeremo sempre meno tempo così come sta già accadendo. Preferiremo fruire delle notizie attraverso un unico servzio, Google, Facebook o entrambi. Twitter? Su duecento milioni di utenti meno della metà, forse, sono veri e la sua forza resterà anche il suo limite che lo taglierà fuori da questa guerra tra giganti: 140 caratteri sono troppo pochi.

Non è detto che alla fine vinca qualcuno. Ma l’informazione sarà di nuovo accentrata, più di quanto accadesse negli anni Novanta, in due enormi monoliti. E’ una specie di involuzione del Web. Forse non è lo scenario più auspicabile ma, per la direzione che hanno preso le cose, è del tutto inevitabile.

March 23 2012

21:20

Nuovo iPad: perché potete farne tranquillamente a meno

Da qualche ora sto giocherellando con il nuovo iPad. Quello che volgarmente, tanto per capirci, tutti etichettiamo come iPad 3.
Per carità, non fatevi sentire dalle parti di Cupertino che lo chiamate così. Dicono che il nuovo boss di Apple vada su tutte le furie.

Tim Cook ha preferito fare di testa sua e quando la solita pecora nera di giornalista gli ha fatto notare che quel nome era un po’ stonato lui ha risposto inviperito: “Non ci piace essere prevedibili, ok?”.

Sarà. Ma ad essere del tutto onesti, questo nuovo iPad non è neanche un’enorme novità. Se vogliamo infierire, più che “prevedibile” era tutto un po’ scontato.

E va bene. Ha il Retina display. Ma ce lo aspettavamo (lo speravamo) da tempo. Esattamente dal giorno successivo alla presentazione dell’iPhone 4. Era giugno 2010, c’era ancora Steve Jobs e non si era mai visto niente del genere prima d’allora. Ieri avremmo tutti detto “wow!”. Oggi, senza stupirci troppo, un lapidario “era ora”.

Capiamoci, questo schermo è indescrivibile. Solo se lo avete tra le mani riuscite a capire cosa intendo. Colori brillanti, caratteri definiti senza la minima sbavatura, una vera goduria per gli occhi.

C’è poi l’hardware potenziato. Fila tutto che è una bellezza, giochi e applicazioni, senza il minimo ritardo. Dicono che il case diventi bollente. Ho giocato per due ore ad Infinity Blade II, il calore aumenta e si sente, ma è sopportabile e non mi pare così rovente come lo hanno descritto.

Solo la tastiera ogni tanto fa le bizze quando pigiate i tasti virtuali più velocemente di quanto iOS sia disposto a darvi retta. E’ un problema noto fin dalle versioni preistoriche del sistema operativo. Pare però che gli ingegneri di Apple proprio non riescano a risolverlo.

L’unico vero disappunto è per la mancanza della funzionalità di riconoscimento vocale, non disponibile in italiano. Un gran rodimento perché su questo fronte Apple, rispetto a Google, è terribilmente indietro. Non fatevi incantare da Siri. Con Android parli in modo naturale e lui trascrive tutto quello che dici senza sbagliare una parola. Riconosce di tutto, anche i termini più strani e inimmaginabili. E’ disponibile in oltre 25 lingue e c’è pure l’italiano. Non fatevi illusioni, con Apple dovremmo aspettare ancora un bel pezzo.

A parte questo c’è poco da dire. Il nuovo iPad è un gioiello. Ma l’esperienza d’uso è rimasta la stessa, identica e sputata al primo, indimenticabile, iPad. Se vogliamo essere più spudorati è un iPad 2 con l’hardware aggiornato. Nient’altro.

Se non avete mai avuto un iPad e proprio morite dalla voglia di acquistarlo non fatevi scrupoli e correte in negozio a comprarlo. Se avete il primo iPad, però, pensateci. Se avete l’iPad 2, lasciate perdere.

Ieri notte ero a Roma per il lancio. Ho acquistato l’iPad a mezzanotte e tre minuti. Non c’erano grandi file d’attesa fuori dai negozi di Via del Corso che iniziavano le vendite a quell’ora. Niente a che vedere con i deliri di due anni fa alla vigilia del lancio del primo iPad.
Solo lo store Vodafone era zeppo di gente. C’erano musica a palla e modelle strizzate dentro tubini rossi da far perdere la testa a chiunque.

Mi è venuto da pensare che questo nuovo iPad, tutto sommato, non abbia più un grosso appeal. E’ stato un retropensiero durato meno di un secondo. Durante il primo weekend di lancio negli Stati Uniti ne hanno venduti tre milioni. Qui in Italia non sarà da meno.

A Roma mi dicono che oggi pomeriggio era già introvabile.
Non siate troppo bacchettoni. Non prendetevela col consumismo sfrenato. Al diavolo la crisi.
Qualche sfizio, nella vita, uno se lo deve pure togliere.

March 20 2012

21:12

Twitter: la grande menzogna

La popolarità. Se non ce l’avete la potete comprare. O meglio, ne potete acquistare un vago surrogato.
Funziona così, è semplice, è alla portata di tutti o quasi. Sempre se siete così imballati di grana e così ardentemente desiderosi di buttare i vostri risparmi in stupide edonistiche velleità a cui nessuno darà mai peso dopo esservi goduti i vostri cinque minuti di gloria.

La differenza fino a poco tempo fa la facevano i gioielli. I diamanti da un milione di carati che scintillavano al dito di una donna, le scarpe di Giuseppe Zanotti o le borse di Jimmy Choo. Per gli uomini, la differenza agli occhi di una donna la faceva una Panda 750 CL o una Maserati.

Poi è arrivata la crisi. Le cose hanno cominciato a buttare non proprio bene un po’ per tutti. Certe esternazioni si sono ridimensionate. Ci siamo buttati su Apple. Sfoggiare un iPhone nel 2008 in Italia era considerato il segno per eccellenza del nuovo status symbol sociale. All’epoca faceva figo. Tantissimo. Rimorchiavo da paura solo strusciando le dita sullo schermo per sbloccare l’apparecchio.

Poi però è arrivato il boom e l’iPhone ora lo vedi in mano pure ai ragazzini, pagato a rate con i risparmi di papà. L’avevo notato da tempo. Non avevo più lo stesso charme quando lo agitavo sotto gli occhi di una qualche miss che avevo puntato. Allora ho deciso di cambiarlo con un Samsung Galaxy Note.
Vi piaccia o no, lo dite voi che le dimensioni non contano. Ma questa è un’altra storia.

Arrivo al punto. Ora c’è Twitter. La popolarità si pesa in termini di followers. Se ne hai tanti sei figo. Se ne hai pochi non conti una mazza. Percezione comune. Dato di fatto.

I VIP aprono un account e schizzano in un giorno a 50.000 followers. In due giorni a 100.000. Poi crescono a multipli di 20.000 a seconda della loro disponibilità economica.

Vi dico come funziona. Molti profili sono veri. La maggior parte finti. Comprati a blocchi di qualche decine di migliaia presso agenzie specializzate che fanno solo quello. Pompano i vostri account di followers. Non lo fanno gratis. Si fanno pagare e pure un bel po’.

Se volete essere seguiti da 50.000 followers accomodatevi pure. Se ne volete 100.000 siete i benvenuti. Basta la vostra carta di credito. Poi però non vi lamentate se sarà come conversare con una città fantasma. Date un’occhiata ai followers dei VIP. Sono decine di migliaia di profili che hanno al massimo tre o quattro tweet. Seguono migliaia di utenti e sono seguiti a mala pena da una dozzina.

Guardavo poco fa l’account di Geppi Cucciari. 50.107 followers. 4 Following. 0 Tweets. Quando si dice, ti seguo sulla fiducia.

Già lo so i maligni che stanno pensando. Vi stronco subito perché non ho voglia di litigare. Io non sono VIP. Ho solo un blog che ha racimolato 53 milioni di visite e un’account Twitter attivo da settembre del 2007. Ho impiegato 3 anni e mezzo di nottate davanti allo schermo del portatile per arrivare a 44.000 followers. Ho anche speso un mucchio di tempo ad ammorbarvi con 30,200 tweets. Se avessi investito meglio il mio tempo adesso magari avrei una decina di bestseller pubblicati da Mondadori. Ma mi accontento delle piccole cose. Preferisco uscire a cena con le ragazze che conosco su Twitter. Quindi non provateci nemmeno, vi censuro i commenti. Giuro.

Io non sono l’unico caso. Siamo in tanti. Cresciuti parallelamente alla crescita di questo social network. Molti sono arrivati dopo e l’hanno avvelenato con quello che è puro spam.

Un’ultima cosa. Le persone non sono così sprovvedute. Vi dico un paio di formulette per sgamare gli inghippi. 100.000 followers, un migliaio di tweet e una decina di following è no buono. 100.000 followers, 100.000 following è no buono. Fate le vostre proporzioni per regolarvi su quando un account è reale o pompato.

Se però proprio volete i vostri cinque minuti di gloria, confidando sulla superficialità della gente che si basa solo sul numero dei vostri followers, bene, buttate pure i vostri soldi comprando followers.

Non vi ho detto una cosa. È una strategia pericolosa. Perché se Jack Dorsey e i suoi se ne accorgono, nonostante siano in qualche modo tolleranti, rischiate che vi chiudono l’account. Per sempre.

A quel punto ci sarà poco da fare. Dovrete ricominciare da zero, con un account nuovo di zecca. 10 followers al giorno per i prossimi 10 anni.

Dopo non venite a piagnucolare da me.

Vi avevo avvertito in tempo che in fondo è tutta una grande menzogna.

March 15 2012

20:24

Google ha ucciso l’innovazione: ora è solo una advertising company

Il nome James Whittaker ai più non dirà niente. È un ingegnere che fino a qualche giorno fa lavorava a Mountain View, California, al 1600 di Amphitheatre Parkway. È uno dei luoghi più famosi della contea di Santa Clara che ospita il quartier generale di Google.

Qui, negli uffici del Googleplex, arrivano centinaia di curriculum ogni giorno da parte di ragazze e ragazzi che provengono da ogni parte del mondo, desiderosi di entrare a far parte di una delle aziende più innovative e di successo della nostra epoca.

Per alcuni è il colpo della vita. Per altri un’enorme delusione.

Whittaker appartiene alla seconda categoria. Dopo alcuni anni decide di tracciare una linea col proprio passato a Google e consegna una lettera di dimissioni senza troppi drammi o rimpianti. In molti lo incalzano e gli chiedono spiegazioni per quella scelta apparentemente sconsiderata.

La risposta arriva dalle pagine del suo blog e fa riflettere. Perché non è il solo a pensarla così. Perché i malumori di alcuni insider di Google strisciano ormai da diverso tempo in rete. Perché qualcosa nello spirito iniziale della creatura di Page e Brin è ormai cambiato e forse aveva ragione Steve Jobs nel sostenere “don’t be evil: it’s just a bullshit.”

Google che abbiamo conosciuto non esiste più. La compagnia che motivava i propri impiegati ad innovare è solo un ricordo del passato. La nuova Google è un mastodonte che si è trasformata da una tech company ad una advertising company con un unico mandato aziendale: attrarre inserzionisti sulle proprie pagine.

Larry Page sembra ossessionato esclusivamente da Facebook. Il nuovo corso aziendale è quello di puntare sul “social”. Google+ è diventato una priorità assoluta. La tiepida accoglienza che ha ricevuto da parte degli utenti pare stia togliendo il sonno alla triade Page, Brin e Schmidt. Mark Zuckerberg a Palo Alto se la ride, seduto sopra una fortuna di 800 milioni di utenti valutata 100 miliardi di dollari.

Google Labs, l’incubatore di idee che ha sfornato Gmail, è stato chiuso in tutta fretta per evitare di disperdere inutilmente energie e focalizzarsi sul core. Managerialmente parlando è una scelta che può avere senso. Le cantonate, a onor del vero, sono state clamorose. Buzz, Wave, Latitude, solo per citarne alcune.
Ma Google non è nell’immaginario collettivo un’azienda come tutte le altre. Con la chiusura di Google Labs è venuto meno uno dei simboli più significativi dell’innovazione interna. Molti hanno storto la bocca. A molti non è andata giù. Molti si sono sfilati e sono passati alla concorrenza. Dicono che a Facebook si respiri (ancora) tutta un’altra aria.

La vecchia Google era un posto speciale in cui lavorare. Forse la nuova non lo è poi più così tanto.

March 12 2012

20:46

Yahoo! avvia un’azione legale contro Facebook per violazione dei propri brevetti

Scott Thompson, il nuovo CEO di Yahoo!, lo aveva preannunciato la scorsa settimana: sarà guerra se non si troverà un accordo. E dopo il fallimento della trattativa privata tra i due giganti del Web, Yahoo! ha appena depositato, presso la corte federale, un’azione formale contro Facebook per violazione di alcuni dei propri brevetti tecnologici.

Secondo le accuse, Facebook starebbe utilizzando alcune tecnologie sviluppate da Yahoo! nell’ambito della pubblicità on-line, del social networking e dei sistemi di messaggistica, senza sborsare un centesimo per i diritti di utilizzo. Kara Swisher di All Thing D ha fornito alcuni dettagli su una breve dichiarazione rilasciata sulla questione da parte del board di Yahoo!.

“Nel corso degli anni Yahoo ha investito importanti risorse nella ricerca e sviluppo che hanno portato alla registrazione di numerosi brevetti che sono stati concessi in licenza ad altre compagnie. Queste tecnologie sono il fondamento del nostro business, con più di 700 milioni di visitatori unici al mese, e rappresentano lo spirito di innovazione su cui Yahoo! è stata fondata. Sfortunatamente, la questione con Facebook rimane irrisolta e siamo pertanto costretti a chiedere un risarcimento ad un tribunale federale. Siamo confidenti che le nostre ragioni prevarranno.”

Assomiglia ad una storia già sentita. Zuckerberg pare esserci ricascato. A pensar male si commette peccato. Ma se i fratelli Winklevoss avessero davvero ragione?

March 09 2012

20:32

INSTABOOM! Instagram per Android: a 48 ore dal lancio. Forse…

Instagram su Android. Se ne parla da mesi. Era stato annunciato imminente a dicembre dello scorso anno. Smentite, mezze conferme, rumors, continui rimandi.

Kevin Systrom, fondatore e CEO della popolare applicazione di photo sharing per piattaforma iOS, aveva confermato con un laconico “ci stiamo lavorando”. Tante speculazioni, pochissime certezze, Nessuna data certa all’orizzonte.

Le priorità prima di tutto. Systrom era impegnato con Mike Krieger, l’altro co-fondatore di Instagram, ad intascare un pacco di finanziamenti che secondo le quotazioni del Wall Street Journal avrebbero fatto schizzare il valore della loro creatura a $500 milioni di dollari.

Poco in termini assoluti. Ancora lontanissimo dalle cifre stratosferiche di Facebook e Twitter che sfondano le decine di miliardi di dollari. Ma pur sempre venti volte il valore che Instagram aveva appena un anno fa.

Tredici impiegati in tutto. Nato appena due anni fa. Venticinque milioni di utenti. Non sono numeri che lasciano proprio indifferenti. Soprattutto quando hai ancora a disposizione un mercato immacolato di più di trecento milioni di device targate Android con un tasso di crescita di 850.000 unità al giorno. Fatti due conti, qualcosa come 6 milioni di potenziali clienti di Instagram a settimana.

Le voci continuano a girare. Da qualche giorno si fanno più insistenti. Sembra che domenica 11 marzo, dal palco del SXSW 2012 di Austin, Systrom lancerà la tanto attesa versione di Instagram per Android.

È solo questione di ore. Abbiamo tutti grandi aspettative. Potrebbe essere uno dei più grandi successi di sempre da quando le apps sono sbarcate sugli smartphone di nuova generazione. Si aspettano cifre record da capogiro.

Caro Kevin non deluderci anche questa volta.

February 19 2012

20:20

Volunia: il nulla a due settimane dalla presentazione

Qualcuno su Il Sole 24 Ore l’aveva definita come la “sfida dell’Italia a Google”. Ma Massimo Marchiori aveva però messo da subito le mani avanti: “non siamo l’anti Google”. E ci mancherebbe. Nemmeno bisognava azzardarsi nel lanciarsi in una puntualizzazione del genere. Ma per rovinare tutto aveva poi incautamente rilanciato “…le possibilità che offriamo sono enormi, ben superiori a quelle di Google”.

Sulla stampa straniera lo avevano fatto a pezzi. Gigaom aveva stroncato Marchiori definendo la sua creatura “just hot air” che in italiano suonerebbe con il più colorito “solo aria fritta”. Altri importanti siti non c’erano andati tanto per la leggera. Altro che risposta a Mountain View. Un disastro.

Anche noi italiani non siamo stati granché clementi. Ne avevo parlato in questo post. Caro Massimo, però ce lo concederai, ce l’abbiamo messa tutta per sperare che Volunia fosse un buon progetto. Però, per la prossima volta, un consiglio te lo voglio dare. Se foste partiti un po’ più in sordina. Se non vi foste lanciati in quella disastrosa presentazione urbi et orbi. Se prima di promuoverlo così massicciamente vi foste assicurati di avere un prodotto quantomeno presentabile. Avete sbagliato tutto. Un errore dietro l’altro da pivellini. Uno schianto a tutta velocità contro un muro di cemento armato spesso come una montagna.

In tanti abbiamo chiesto l’accesso come power users. Le credenziali dopo 15 giorni non sono mai arrivate. L’euforia così come è venuta se n’è andata. Il risultato? Una gran figuraccia e il limbo eterno.

Peccato solo per le energie spese e per tutti quelli che ci hanno lavorato. È pur vero che col senno di poi siamo tutti bravi a criticare. Se fossimo sicuri di fallire già dall’inizio, nessuno si imbarcherebbe mai in nessuna avventura e il coraggio va di certo premiato. Però in questo caso sono state trascurate tutte le condizioni minime di buonsenso per raggiungere un obiettivo che fosse minimamente accettabile. Grazie comunque per averci provato. Inutile però accanircisi su e spenderci ancora tempo. RIP Volunia. Adieu.

16:33

Android 5 è in arrivo: ma Android 4 che fine ha fatto?

Potrebbe arrivare in estate o addirittura prima. La versione 5 del sistema operativo mobile di casa Google, nome in codice Jelly Bean, potrebbe spiazzare tutti quanti e relegare il suo predecessore, Ice Cream Sandwich, ad una sfortunata comparsata. Peggio di quanto abbia fatto Microsoft a suo tempo con Windows Me o Windows Vista con l’unica differenza che Android 4 merita, eccome.

Reso disponibile a novembre 2011, Ice Cream Sandwich è passato più o meno inosservato: a quattro mesi dal lancio gira su meno dell’1% delle device Android attualmente in circolazione.

Molti smartphone delle maggiori case produttrici non lo supportano. L’aggiornamento sui prodotti di punta tarda ad arrivare. Per alcuni dispositivi, come il Galaxy Note e il Galaxy SII di Samsung si parla (forse) a marzo. Per i più sfortunati possessori di LG addirittura settembre 2012.

E questo è un norme peccato, perché lo provo da mesi sul nuovissimo Galaxy Nexus ed è davvero un salto epocale rispetto ai suoi predecessori che vi fa dimenticare l’iPhone e iOS.

Il ritardo nell’adozione di Ice Cream Sandwich è intollerabile in un mercato in così rapida evoluzione. Google dovrebbe costringere i produttori a forzare le loro tabelle di marcia e favorire la diffusione dell’innovazione del software con tempi compatibili a quelli di mercato.

Spesso i produttori spendono inutili energie a snaturare l’esperienza d’uso originaria di Android, adattandoci sopra una UI proprietaria, per distinguersi in qualche modo dagli altri concorrenti. I tempi così si allungano e gli aggiornamenti tardano arrivare.

Tant’è che Andy Rubin presenterà Android 5.0 durante la Google I/O conference 2012 prevista per fine giugno. Per allora i numeri della diffusione di Android 4 non saranno molto più grandi degli attuali.

Peccato per Ice Cream Sandwich. Un’occasione sprecata. Spero solo che per Jelly Bean non sia lo stesso.

February 18 2012

23:41

Iran: l’esecuzione del programmatore Saeed Malekpour potrebbe essere imminente

Aggiornamento 19 febbraio, 00:52 – Amnesty International ha messo a disposizione su questa pagina alcune informazioni e indirizzi per contattare direttamente le maggiori autorità Iraniane e tentare di fare in modo di annullare la condanna.

19 Febbraio, 00:40 – Quando Saeed Malekpour tornò in Iran nel 2008 per far visita ai suoi genitori, trovò ad aspettarlo alcuni ufficiali di Tehran che lo condussero agli arresti. Aveva passato gli ultimi quattro anni della sua vita in Canada, dove aveva preso la cittadinanza con sua moglie Fatima, lavorando come web designer e sviluppando un tool per l’upload di foto su Internet.

Secondo le autorità Iraniane il tool era stato utilizzato per diffondere materiale pornografico sulla rete e Saeed venne rinchiuso in una cella d’isolamento nella prigione di Evin, una località a nord-ovest di Teheran, nota per ospitare prigionieri politici e oppositori al regime.

Dopo mesi di torture fisiche e psicologiche, minacce alla sua famiglia e promesse da parte delle autorità di un immediato rilascio a fronte della sua ammissione di colpa, Saeed confessò il suo crimine davanti alle telecamere della televisione di stato Iraniana.

Ma per lui non ci fu nessuna grazia. A dicembre 2010 la Suprema Corte lo ha condannato a morte per diffusione di materiale pornografico, agitazione contro il regime e insulti alla santità dell’Islam. La storia fece il giro del mondo. La sentenza è stata sospesa a giugno del 2011 dietro le pressioni del governo Canadese ma a gennaio del 2012 la Corte Suprema di Tehran ha confermato la condanna a morte.

Secondo la CNN che sta seguendo l’evolversi della situazione con gli osservatori di Amnesty International, l’esecuzione di Saeed, 36 anni, potrebbe essere imminente e avvenire nelle prossime ore.

February 17 2012

21:57

Apple, “don’t be evil”: Cupertino contro il New York Times per le accuse di sfruttamento del lavoro in Cina

Di quel “don’t be evil” a Google ne hanno fatto fin dall’inizio un mantra e una missione. “Miglioriamo il mondo senza essere cattivi”, sbandierano da sempre Sergey Brin e Larry Page.

Steve Jobs, invece, la pensava diversamente. Agli inizi del 2010 aveva liquidato quello slogan come una “stronzata”. Il motivo non era solo dovuto al fatto che il compianto Steve ce l’avesse con l’allora CEO di Google, Erich Schmidt (che aveva una scarpa a Mountain View e una nel consiglio di amministrazione di Apple), per l’invasione di campo nel mercato degli smartphone con il lancio del primo Nexus.

Per Jobs il successo richiedeva compromessi. Come a dire che col diavolo qualche affare devi pur farcelo.

Il New York Times fece lo scoop. La storia risale a non molto tempo fa. Riguardava le condizioni di lavoro dei dipendenti dei fornitori d’oltremare del gigante di Cupertino. I suicidi avvenuti nei dormitori della Foxconn erano solo un sintomo di un sistema produttivo incancrenito.

Circolarono report confidenziali. Facevano riferimento a turni massacranti e sfruttamento del lavoro minorile. Alcuni executive di Apple confermarono la storia: “…siamo a conoscenza di questo tipo di abusi che avvengono in alcune fabbriche già da quattro anni a questa parte. La produzione va avanti. Ti domandi perché? Perché questo sistema per noi funziona.”

E il sistema funziona davvero. La produzione nelle aree asiatiche, e in particolare in Cina, dove il costo del lavoro non supera, quando va bene, i $300 dollari al mese a dipendente è un’opportunità di business non indifferente per abbattere i costi di produzione e aumentare il margine dei ricavi. Secondo iSupply, il costo di produzione e assemblaggio del modello più accessoriato di iPad si aggira intorno agli $11 dollari.

Il Times descrisse la compagnia di Jobs come indifferente alle condizioni dei lavoratori presso le fabbriche cinesi. Ci andò giù pesante. Accusò la Apple di essere a conoscenza di minorenni impegnati dai fornitori nell’assemblaggio dei suoi prodotti e nello smaltimento di rifiuti tossici pericolosi senza adeguate protezioni. I documenti che attestavano il contrario erano, secondo il Times, palesemente contraffatti. Apple ha sempre smentito.

È una storia, questa, che ogni tanto torna alle cronache. Che tra il Times e Apple non corra più buon sangue non è una novità. E la polemica, per altri versi, si è riaccesa oggi, quando è saltato fuori che Apple ha snobbato il giornale per la presentazione del nuovo sistema operativo OS X Mountain Lion a causa di questi precedenti. Niente inviti per l’importante testata giornalistica, scavalcata addirittura da blogger indipendenti come John Gruber e Jim Dalrymple. Cook ha riservato al Times lo stesso trattamento che Jobs riservò a Gizmodo quando svelò, alcuni giorni prima del lancio ufficiale, il nuovo iPhone 4.

Mi sforzo di credere che non è come dice il New York Times. Poi però guardo l’iPhone, l’iMac e l’iPad che tengo sulla scrivania e mi viene da pensare.

February 15 2012

21:26

“Doggy Style”: il formaggio “pecorino” secondo il Ministero dell’Istruzione

Aggiornamento 16 febbraio, ore 11:40 – il Ministero ha appena corretto lo strafalcione. Ora sul bando compare “From the sheep to pecorino”.

Questa merita. Davvero. Forse qualche attenuante possiamo concederla. Ammettiamolo, lo scivolone linguistico può capitare a tutti. Chi di noi non ha mai avuto qualche problema di coniugazione con il passato remoto di certi verbi irregolari?

Lasciate poi perdere il periodo ipotetico. Un’insidia linguistica partorita senza dubbio dalla mente di qualche malato criminale. A Roma, molto spesso, di questo costrutto sintattico ne abusiamo in maniera creativa e lo utilizziamo a ruota libera. Il risultato? Una Caporetto di congiuntivi sostituiti selvaggiamente dal più assonante condizionale per costruire frasi tipo “Ah Sergio, se me faresti stà cortesia…”. Non guardate il pelo. Per noi romani l’importante è capirsi.

Poi c’è l’inglese. “Uozz american boi” diceva qualcuno. Non male, passabile, divertente, utile per estorcere un mezzo sorriso a qualche inglesina in gonnella davanti al Colosseo.

Ma oggi abbiamo toccato il momento più alto dello strafalcione linguistico. Ambito: “Zootecnica Speciale”. Imputato: Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Magari non è colpa loro. Hanno solo fatto copia e incolla come suggerisce qualcuno. Ma questa rimarrà impressa nella storia.

C’è un Bando per un assegno di ricerca. La descrizione del progetto, riporta testualmente, “Dalla pecora al pecorino, tracciabilità e rintracciabilità di filiera nel settore lattiero caseario toscano”. Roba da farvi già venire l’acquolina in bocca.

L’inglese, questo sconosciuto. Dovrebbero fartelo studiare per legge dalle elementari come seconda lingua fino all’ultimo anno di università. Perché poi cresci, fatichi a imparare una nuovo idioma e credi, a torto, che il traduttore di Google possa risolvere ogni tuo problema. Finché qualcuno ti chiede di tradurre, in buona fede, il titolo di un progetto per un bando di ricerca da pubblicare sul sito del Ministero.

Tu, ingenuo, premi il bottone “translate” e compi un attentato alla lingua che ti rende passibile di una condanna per crimini contro l’umanità. A rischio di una crisi diplomatica tra l’Italia e gli Stati Uniti.

E così quel “Dalla pecora al pecorino…” si trasforma in inglese in “From the sheep to doggy style…”, letteralmente – non scandalizzatevi – “dalla pecora allo scopare a pecorina”. Che forse ha poco a che fare col formaggio e con la zootecnia speciale.

Ma si sa, come vi ho detto, l’importante in fondo è capirsi.

(Questo è il link originale. Un grazie a Giovanni Scrofani per la segnalazione).

Tags: Radar new1

February 13 2012

22:22

MySpace, un milione di nuovi utenti in trenta giorni: declino e rinascita di un social network

Quando Tom Anderson e Chris DeWolf lanciarono MySpace nel lontano 2003 non pensavano minimamente che quel sito, sviluppato in soli dieci giorni, sarebbe diventato una delle pietre miliari della storia di Internet.

Nè potevano immaginare che appena due anni più tardi la News Corporation, del magnate dell’editoria Ruppert Murdoch, avrebbe sborsato la bellezza di 580 milioni di dollari per acquistare quello che è comunemente riconosciuto come il primo social newtork della storia.

Erano i tempi delle prime pagine dei giornali, dei giorni da superstar e degli autografi sotto i lucenti riflettori del nuovo miracolo economico del web “due punto zero”. Dopo la fragorosa esplosione della bolla speculativa che aveva travolto la dot economy agli inizi del 2000 avevano tutti voglia di ricominciare da capo. Lo zio Ruppert aveva visto lungo. Così lungo che con quei 580 milioni di dollari prese una delle più grosse cantonate della sua vita.

L’euforia per quella creatura di connessioni sociali virtuali, infatti, durò poco. Esattamente fino a quando, all’apice del suo successo planetario, un intraprendente ragazzino lentigginoso, che bazzicava dalle parti di Harvard, decise che era venuto il momento di fare piazza pulita.

Arrivò Facebook e massacrò MySpace nel giro di un paio d’anni. Più gli utenti del primo aumentavano più l’emorragia di utenti dal secondo era inarrestabile.

Raccontano che in quei mesi di agonia lo zio Ruppert non l’avesse presa per niente bene. Mettetevi pure nei suoi panni. Spendere 580 milioni di dollari non è come comprare un motorino al bravo nipotino diligente sulla base dei voti del primo quadrimestre e scoprire poi, a fine anno, che il piccolo Tom è stato bocciato con un quattro fisso in tutte le materie.

D’altronde si chiama rischio d’impresa. Nella vita bisogna stare sempre in campana. Ricordatevelo.

Murdoch all’epoca aveva speso una fortuna. Qualcuno malignamente profetizzò un imminente crollo del suo impero a causa di quella spesa sconsiderata. Il vecchio tentò il tutto e per tutto per salvare il salvabile. I tentativi di cura si rivelarono peggiori della malattia. In pochi mesi si alternarono continui cambi al vertice, soldi polverizzati in potenziamenti e inutili modifiche alla piattaforma ormai priva di qualunque appeal.

My Space collezionò un disastro dietro l’altro. Passò da 1600 a 200 dipendenti nel periodo che va da gennaio 2009 a giugno 2011 e una base di utenti in caduta libera. Venne dato come cerebralmente morto agli inizi del 2010.

Specific Media e Justin Timberlake staccarono la spina il 29 giugno del 2011 rilevandone la proprietà per 35 miseri milioni di dollari. Fu un vero e proprio affarone per la combriccola che si aggiudicò l’offerta. Un po’ meno per lo zio Murdoch che aveva perso una fortuna e qualche anno di tranquillità appresso a quella sciagurata iniziativa. Immaginatevi la sua faccia: “Grazie Tom, ce ne fossero di nipotini come te”.

Col cambio di proprietà MySpace si è riposizionato sul mercato e deposte le armi, dopo gli inutili tentativi di portare avanti una logorante guerra contro l’irraggiungibile Facebook, la piattaforma si è evoluta in una vetrina per le band e gli artisti, concentrandosi prevalentemente sulla pubblicazione e la diffusione di musica online. Con oltre 42 milioni di canzoni nel suo catalogo, MySpace è la più grande collezione di musica gratuita online.

Negli ultimi trenta giorni, secondo quanto annunciato oggi da Specific Media, MySpace ha superato il risultato sorprendente di un milione di nuovi utenti. Sembrano niente rispetto ai numeri di Facebook ma un trend positivo del genere (circa 40.000 uniche nuove iscrizioni al giorno) non si vedeva da tempo. Tanto per rendere l’idea, soltanto un anno fa, nello stesso periodo di riferimento, ne aveva persi dieci milioni.

“MySpace sta costruendo una significativa esperienza sociale attorno ai contenuti di intrattenimento, attraverso la quale i consumatori possono condividere e ascoltare la musica che amano” ha detto Tim Vanderhook, CEO della compagnia.

A quanto pare l’interesse verso MySpace si sta flebilmente riaccendendo anche se da parte di un pubblico di utenti confinato in una nicchia di mercato ben definita e molto ristretta all’ambito musicale. Ma la missione e il suo business sono cambiati rispetto all’origine del social network. Del vecchio MySpace, a parte il nome, non è rimasto più nulla. È ora di ricominciare e, forse, considerando i numeri, non va poi così male.

February 12 2012

17:56

L’informazione italiana: quando la libertà e gli alti ideali possono aspettare

È una riflessione spicciola sul modo di fare informazione questa. Su quel genere di notizie morbose, tanto gustose per i media, che ci ammorbano per settimane e i cui strascichi ce li tiriamo dietro per mesi se non anni. Forse superficiale, di sicuro polemica, a modo mio feroce.

Prendete, tanto per fare un esempio, la tragedia del Concordia. Lasciate perdere tutto quello che avete sentito fino a un paio di giorni fa. Azzerate. Ricominciate da capo. Prendete il Tg5 che, tra un’interruzione e un’altra del pacioso Gerry Scotti, annuncia un video shock esclusivo di quello che è accaduto nella plancia di comando nei momenti immediatamente successivi all’impatto della nave con lo scoglio.

Aspettate qualche minuto. Per chi di voi se lo fosse perso in televisione, perché era fuori in giro col cane, aprite il Corriere e la Repubblica (tanto per citare due tra i maggiori canali d’informazione on-line italiani) che riprendono la notizia e titolano a tutto schermo “Concordia: video shock dell’incidente…”.

Che uno quasi si aspetta, con tutto il rispetto per le vittime e per chi ha vissuto quei momenti per niente divertenti, sangue e corpi che galleggiano nei ponti della nave semi affondata. Poco importa se dopo averlo visto rimarrete delusi e alla fine vi chiederete cosa ci sia di tanto shoccante. E “vabbuò” direbbe Schettino.

Prendete il giorno dopo il solito Tg5. Schiaffate davanti alla telecamera un impassibile e fotogenico Alberto Bilà che si compiace di come il filmato “esclusivo” del Tg5 abbia avuto una risonanza a livello globale. Non contento preannuncia altri gustosi cinque minuti inediti di quel video. Poi una pausa seguita da un’osservazione di responsabilità da parte del conduttore: “prima però è opportuno dare spazio alla situazione meteo e alla neve che ha flagellato l’Italia in queste ore”.

Che voi dite, mi pare giusto. Bisogna pure trovarlo un modo per tenere la gente incollata sullo stesso canale fino alla fine della trasmissione.

E continuate, finché vi viene la nausea. Prendete poi, se non vi basta quanto sopra, l’accanimento verso una graziosa bionda venticinquenne che ha avuto la sfortuna di ritrovarsi nei pressi del ponte di comando della nave. Confezionateci sopra (come hanno fatto tutti i media) una storia torbida di amore clandestino col comandante, presunta o vera che sia, e già che ci siete instillate il dubbio che qualche responsabilità ce l’abbia pure lei.

Neanche fosse sua la colpa di tutto questo casino. Neanche l’avessero immortalata inginocchiata davanti a Schettino mentre quello sciagurato capitano compiva, per compiacerla, quella folle manovra.

Poi prendete l’Iran. Da tre giorni a 35 milioni di persone è stato bloccato l’accesso ad internet. I service provider del paese consentono l’accesso quasi esclusivamente ai siti localizzati nella Repubblica Islamica.

Niente Gmail, Google, Yahoo!, Facebook, Twitter, niente di niente. Se ci provi ti compare questo messaggio: “According to computer crime regulations, access to this website is denied”. Se usi un software per aggirare il blocco rischi che qualche ufficiale del cyber corpo di polizia del paese ti venga a fare una visita a casa. Funziona che prima ti sbattono dentro, poi ti chiedono spiegazioni. E raramente ti stanno a sentire.

Di questo atto di repressione alla libertà di milioni di persone ne hanno parlato solo alcune maggiori testate internazionali come il Financial Times, New York Times, Washington Post, solo per citarne alcune. In Italia è passata quasi del tutto sotto silenzio. Vergogna.

Me la prendo con tutti, soprattutto con quei giornali che fino a qualche mese fa parlavano di bavagli e attentato alla libertà di espressione. Dove siete adesso? Perché neanche una parola su questa “libertà” offesa di un’intero popolo che in altre occasioni vi è tanto piaciuto sbandierare? Non mi tirate fuori la questione politica per piacere. Se sbandierate un ideale, dovete farvene carico sempre. Non quando vi fa comodo.

C’è una storia irripetibile di una carcassa di una nave davanti ad un’isola, una bionda e un capitano malandrino. Al diavolo la libertà e gli alti ideali ovunque essi siano. Diamo alla gente un po’ di gossip. Tutto il resto può aspettare.

Tags: Radar new1 subtop

February 11 2012

20:46

Instagram: arriva la versione 2.1 per iOS e su Android è questione di giorni

Da qualche ora la nuova versione di Instagram, la popolarissima applicazione per iOS che consente di applicare filtri creativi alle proprie foto e condividerle on-line, è disponibile sull’App Store di Apple.

Non appena la notizia si è diffusa lo Store è stato letteralmente preso d’assalto dai fan dell’applicazione che si è meritata, nel 2011, il titolo di migliore applicazione dell’anno direttamente da Apple.

La versione 2.1 di Instagram, oltre ad un look rinnovato, sbarca sugli iPhone con la nuova funzionalità Lux, che consente sensibilmente di migliorare il livello di dettaglio delle immagini, e il nuovo filtro Sierra. Qui sotto avete un esempio di alcune immagini a cui sono stati applicati entrambi:


Lux


Filtro Sierra + Lux


Filtro Sierra

Ma la cosa più interessante è che secondo alcuni rumors che stanno circolando in rete proprio in queste ore, con l’uscita della nuova versione 2.1, sembra imminente anche il lancio di Instagram per i dispositivi Android. Questione forse non più di settimane, ma addirittura di giorni e, ad ogni modo, molto prima di quanto si poteva sperare in contemporanea con gli smartphone che supportano Windows Phone.

February 10 2012

21:48

L’Iran spegne Internet: la censura del regime si abbatte su 35 milioni di iraniani

Da alcune ore l’Iran ha quasi completamente bloccato il libero l’accesso a internet a tutti i cittadini residenti nella repubblica Islamica.

Secondo alcuni report che trapelano dalla capitale Tehran e dalle maggiori città del Paese molti siti che utilizzano il protocollo “https” sono inaccessibili. Gmail, Google e tutti i vari servizi associati sono inutilizzabili così come Yahoo, WolframAlpha, Twitter, Facebook e Skype.

Qualcosa come 35 milioni di iraniani hanno finora aggirato la censura alla rete applicata da Tehran attraverso particolari software che consentivano, illegalmente, l’accesso alla maggior parte dei siti oscurati dal governo. Ma da ieri sembra che tutti i maggiori internet provider del paese abbiano applicato delle stringenti restrizioni per bloccare in maniera definitiva il loro utilizzo.

Alcune indiscrezioni parlano di una specie di primo test d’avvio di una controversa “internet nazionale”, una sorta di enorme rete d’ufficio che limiterebbe l’accesso esclusivamente ai provider nazionali e che di fatto taglierebbe gli iraniani fuori dal resto del mondo rimpiazzando il World Wide Web con un surrogato a livello nazionale controllato dal governo.

Secondo fonti interne, una tale misura restrittiva si renderebbe necessaria per proteggere la pubblica moralità ed evitare la diffusione di materiale pornografico o sconveniente vietato dalla legge islamica.

Nei mesi scorsi molti blogger e attivisti del paese sono stati arrestati e condannati a pesanti pene per aver discusso sui propri siti di argomenti mal tollerati dal regime di Tehran o solo per aver aggirato i controlli alla censura.

Secondo quanto riportato dal Washington Post e da altre testate online, Saeed Malekpour, uno sviluppatore trentaseienne di origini iraniano-canadesi, arrestato nel 2008 dal regime, è in attesa della condanna a morte per aver diffuso, materiale pornografico che offenderebbe, secondo le accuse, la moralità dell’Islam.

Le preoccupazioni di Tehran, che giustificherebbero l’oscuramento della rete, non riguardano però solo l’aspetto religioso. Secondo ufficiali della forza di cyber crimine del paese, alcune compagnie occidentali come Google, Twitter e Microsoft lavorerebbero segretamente con le autorità degli Stati Uniti per spiare le email che circolano nel paese, i comportamenti online degli iraniani nelle ricerche e sui social network.

Con una popolazione di oltre 76 milioni di persone e un tasso di penetrazione di Internet del 44%, da oggi 35 milioni di iraniani sono completamente in uno stato di blackout informativo e secondo gli analisti la situazione, nei prossimi giorni, non accennerà a migliorare.

February 08 2012

21:09

Perché Volunia sarà un flop

Va bene. Ci abbiamo provato. Lo sforzo va riconosciuto e apprezzato. Massimo Marchiori ci ha messo la faccia e speso un mucchio di energie e per questo ha tutta la mia più sincera stima. È uno tosto lui. Google gli deve molto. Mi immagino, a quel tempo, come sia andata la scena.

Stanford University, un giorno di tanti anni fa. Quel volpone di Larry Page viene a sapere di un italiano che ha sviluppato un algoritmo chiamato Hyper Search. Lui sta lavorando con il suo amichetto del cuore, un certo Sergey Brin, ad un’idea di un motore di ricerca dal nome alquanto bizzarro: Google.

Incontra Marchiori in un bar, la butta lì con nonchalance: “ehi Max, fico il tuo algoritmo HyperSearch, potrei dargli un’occhiata?“. Noi italiani, lo dico sempre, siamo troppo buoni.
Massimo, faccia da bonaccione e sorriso bonario, risponde “certo Larry, con piacere, fa pure!“. Tra ricercatori, d’altronde, bisogna sempre darsi una mano.

Ma Larry è uno di quelli che a Roma definiamo bonariamente come un gran paraculo. Ingloba pezzi dell’Hyper Search in quattro righe di codice che si inventa lì per lì, quello che viene fuori lo battezza PageRank e con Sergey fonda un impero di svariati miliardi di dollari. Nemmeno un biglietto di ringraziamento del tipo “Grazie Massimo. A noi i soldi a te un pezzo della gloria.

Bravi. Così, però, siamo capaci tutti.

Scherzi a parte. Da qualche giorno Massimo, in collaborazione con l’università di Padova, ha lanciato Volunia. Un motore di ricerca che promette un’esperienza differente rispetto al concetto classico che abbiamo di motore di ricerca. Così differente che qualche dubbio è venuto un po’ a tutti i power user che l’hanno provato in anteprima: sembra più FarmVille che Google o roba simile.

E comunque la notizia circola e il rumore monta in rete. Tu ti galvanizzi come ad una finale dei mondiali quando, benché per tutto l’anno non te ne freghi niente di calcio, ti trasformi in quell’occasione nel più accanito dei tifosi.

L’euforia dura giusto tre secondi. Appena il tempo che sullo schermo si materializza la pagina nel browser. Poi un senso di sconforto ti assale e ti basta guardare l’home page per provare un brivido di terrore dietro la schiena.

Non contento ti accanisci sui vari screenshot del nuovo motore di ricerca che girano in rete come in quei film dell’orrore dove il malcapitato di turno, non si capisce mai perché, finisce sempre nelle braccia dell’assassino invece di darsela a gambe il più lontano possibile.

Ti chiedi allora se per caso l’impressione iniziale di essere finito in una versione preistorica di FarmVille per MS-DOS fosse più che un semplice sentore.

Sull’home page c’è un video. Stoicamente arrivi alla fine del filmato in cui Massimo introduce il nuovo motore di ricerca. Sessantatré secondi di sofferenza fisica a metà strada tra una di quelle telepromozioni che giravano negli anni ottanta nelle televisioni locali nostrane tipo Telecapri e uno slogan tipico di quei negozi di tappeti che ogni tre per due minacciano di chiudere e svendono tutto.

Sarebbe bastato un iPhone 4 per ottenere un effetto da notte degli Oscar. Possibile che a nessuno sia saltato in mente?

La campagna di comunicazione per il lancio di Volunia è un disastro. Un flop clamoroso. Un insieme di ingenuità e provincialità disarmante. Il design del sito, poi, lasciamo perdere. Il logo è un cazzotto in un occhio, sul resto è meglio sorvolare.

Così, cari italiani, siamo IMPRESENTABILI.

Possiamo avere anche l’idea più bella del mondo ma se poi ci diamo la zappa sui piedi trascurando i requisiti minimi per creare un prodotto che abbia un certo appeal verso il pubblico, dove andiamo?

Ma, dico io, un minimo di eleganza, un minimo di stile, un minimo di dannatissimo gusto nelle cose, noi che siamo italiani e più di tutti dovremmo avercelo stampato nel DNA, vogliamo mettercelo? Come si fa a presentare un sito web che sembra un fossile riscavato dalla preistoria del webdesign! Con quale insano spirito autolesionista si mette in rete un video messaggio del genere?

Perché alla fine della storia, per quanto possa essere ingiusto, l’eleganza, la bellezza, il design e il gusto sono i fattori essenziali che comunicano al pubblico la parte esteriore della sostanza di un prodotto. Senza dei quali, ahimè, non basterà la sola idea per andare lontano.

Older posts are this way If this message doesn't go away, click anywhere on the page to continue loading posts.
Could not load more posts
Maybe Soup is currently being updated? I'll try again automatically in a few seconds...
Just a second, loading more posts...
You've reached the end.
Get rid of the ads (sfw)

Don't be the product, buy the product!

Schweinderl