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August 05 2012

15:49

Class action contro Zynga: Mark Pincus, CEO della società, accusato di insider trading

La notizia risale al 31 luglio scorso. Non ha avuto granché risalto e forse, invece, è giusto dargliene. Più che altro per farci tutti un’idea. Per capire quello che succede nei perversi meandri della degenerazione della finanza e di quell’illusione speculativa costituita dall’economia dei bit del World Wide Web.

La class action è stata presentata lunedì 30 luglio dallo studio di avvocati Newman Ferrara contro Zynga, meglio conosciuta ai più come la società che ha creato FarmVille. L’accusa è pesantissima. Insider trading. Coinvolge il CEO della società Mark Pincus e altri executive di spicco, tra cui il CFO Dave Wehner e il COO John Schappert.

La storia ridotta all’osso è questa. Ricalca perfettamente, con le dovute correzioni del caso, un copione già visto che non ultimo vede per protagonista anche Facebook. A dicembre dello scorso anno, quando Pincus stava per sbarcare a Wall Street la stampa gli dedicò tutti gli onori del caso. Gli americani sanno come funziona. Manipolare il mercato parlando del prodigio di turno è una tecnica collaudata che nel breve periodo funziona sempre. La gloria effimera della speculazione però dura poco. Ma a loro interessa il soldo facile. E subito.

Dal 19 dicembre 2011 a oggi, le azioni del colosso dei giochi online hanno perso il 71,37% del loro valore iniziale passando dai 9,23 dollari del loro valore iniziale ai 2,72 della chiusura di venerdì 3 agosto. Il trend negativo senza più ripresa è iniziato tra marzo e aprile di quest’anno, quando le azioni hanno toccato il picco dei 14,69 dollari. Ed è in questo periodo che entrano in scena i protagonisti di questa vicenda e su cui si concentrano gli avvocati. Perché pare che da quel momento in poi Pincus e gli altri executive citati, venuti in possesso di informazioni riservate e non di pubblico dominio sull’andamento negativo di Zynga, hanno cominciato a vendere quote rilevanti di azioni contribuendo alla sua svalutazione finanziaria.

Tutto questo mentre moltissimi altri investitori, tra cui gli stessi dipendenti della società, all’oscuro di tutto e obbligati dalla procedura di “stock lockup” a non poter vendere le azioni acquisite per un periodo minimo di sei mesi, si sono ritrovati con della carta straccia in mano. Solo una curiosità. MarK Pincus è anche un investitore di Facebook. Viene citato da Hardcop come uno degli insider che stanno affossando il social network di Zuckerberg. Il vizietto forse ce l’ha. Tanto per dire che dietro al mito che ammanta di misticismo ogni startup di successo c’è il corrispettivo più materiale che molti fanno finta di non vedere. Quello dei soldi. Se si arriva perfino a speculare sulla propria creatura, di nobile, in tutte queste favole di startupper di successo, c’è rimasto assai poco.

Tags: Radar cattop top

August 03 2012

16:03

Chi sono gli insider che stanno affossando Facebook

Dicono che quando alcuni grossi investitori proposero a Zuckerberg di sbarcare a Wall Street, Mark abbia storto il muso. Dicono anche che il boss di Facebook abbia tentato fino alla fine il tutto e per tutto per evitare quella sciagurata opzione. Ma siccome i soldi per creare il “mostro” li avevano messi le banche, Mark si è ritrovato in un vicolo cieco senza alcun margine di manovra. La storia recente la conosciamo tutti. Sappiamo come’è finita. A maggio Facebook accende l’entusiasmo del Nasdaq. Le azioni pompate a 38 dollari. Una capitalizzazione di mercato che superava i 100 miliardi di dollari. Due mesi dopo ne ha bruciati 55. Oggi vale 45 miliardi. Le azioni che stentano a rimanere sopra i 20 dollari. Una perdita del 45,11% secco nel giro di due mesi.

La cosa più curiosa è che in queste settimane di scambi concitati sono proprio gli insider ad aver affondato Facebook. A partire dallo stesso Mark Zuckerberg che ha venduto 30,2 milioni di azioni per un totale di 1,14 miliardi di dollari.

Il report è riportato dal sito Hardocp e suona quantomai curioso. Perché se sono proprio i maggiori investitori a “fuggire” da quello che doveva essere l’investimento d’oro della nuova dot economy, l’aria che tira, fatti due conti, non deve essere delle migliori.

Mark Zuckerberg (CEO di Facebook CEO): 30,2 milioni di azioni per un totale di 1.14 miliardi di dollari
Accel Partners (investitore): 57,7 milioni di azioni per un totale di 2,1 miliardi di dollari.
Peter Thiel (investitore): 16.8 milioni di azioni per un totale di 638 milioni di dollari.
DST Global (fondo d’investimento russo): 45,7 milioni di azioni per un totale di 1,7 miliardi di dollari.
Goldman Sachs (investitore): 24,3 milioni di azioni per un totale di 923 milioni di dollari.
Elevation Partners (investitore): 4,6 milioni di azioni per un totale di 175 milioni di dollari.
Greylock Partners (investitore): 7,6 milioni di azioni per un totale di 289 milioni di dollari.
Mail.ru Group (Internet Company russa): 19,6 million milioni di azioni per un totale di 745 milioni di dollari.
Mark Pincus (CEO di Zynga): 1 milione di azioni per un totale di $38 milioni di dollari.
Meritech Capital: 7 milioni di azioni per un totale di $266 milioni di dollari.
Microsoft (partner e investitore di Facebook): 6,6 milioni di azioni per un totale di $250 milioni di dollari.
Tiger Global (fondo d’investimento): 19 milioni di azioni per un totale di 722 milioni di dollari.
Reid Hoffman (investitore): 943,000 azioni per un totale di 36 milioni di dollari.

July 29 2012

19:27

Facebook crolla in borsa a due mesi dalla IPO: le paure di Wall Street sulla tenuta del gigante dei social

Che la IPO fosse stata un mezzo flop lo si era sgamato da subito. Che le scuse affrettate piovute da ogni parte, per mitigare la figuraccia fatta nel gran giorno dello sbarco al Nasdaq, fossero solo blande dichiarazioni, lo avevano capito perfino i più accaniti sostenitori di quella sciagurata operazione. Nonostante i ricavi siano incrementi del 32% nel secondo trimestre del 2012, il mercato non ha apprezzato i piani di sviluppo che Zuckerberg ha in mente per Facebook. All’osso, tutto è ridotto a una migliore integrazione degli annunci pubblicitari nello stream di notizie, con un occhio puntato anche alle piattaforme mobili come fonte di redditività. Stando alle dichiarazioni del CEO non ci sarebbero altri piani significativi all’orizzonte. Niente Facebook Phone, niente Facebook OS, niente di niente.

Venerdì le azioni sono crollate segnando un rosso del -11,70%. In chiusura si sono assestate a 23,70 dollari dopo una giornata altalenante che ha segnato il minimo storico di 22,28 dollari. In due mesi la capitalizzazione del social network si è dimezzata passando dai 100 ai 50 miliardi di dollari e la paura di una nuova bolla fa tremare più di qualcuno dalle parti di Wall Street e Palo Alto. Da maggio, le azioni hanno perso complessivamente il 38%. Soltanto Zuckerberg, nella giornata di venerdì, ha alleggerito il portafoglio personale di 1,6 miliardi di dollari. Complessivamente ha perso oltre 3 miliardi di dollari dal giorno della IPO.

Il segnale a conti fatti non è incoraggiante per nessuno. Durante la call qualcuno ha sparato a zero. Ha chiesto a Zuckerberg cosa pensasse dell’andamento azionario in continua discesa. Mark ha glissato. David Ebersman, Chief Financial Officer di Facebook lo ha tirato fuori dall’impaccio dichiarando un diplomatico “non siamo particolarmente felici su come stanno andando le azioni, ma siamo sempre la stessa compagnia che eravamo prima”. Come per dire non è il mercato che cambia quello che siamo. Lo vada a raccontare agli investitori che hanno sborsato il capitale. Non passerebbe felici quarti d’ora.

E intanto c’è attesa e preoccupazione per la riapertura dei mercati di lunedì nella speranza che le azioni tengano senza affondare sotto la soglia psicologica dei 20 dollari. E’ una marcia in ritirata quella di Facebook. Chissà fin quando durerà. Mentre le testate economiche guardano con diffidenza alla creatura di Zuckerberg e lanciano segnali di pessimismo. Questa volta però il botto non ci sarà. La bolla si sgonfierà lentamente senza troppo clamore. Con i venti che tirano, alimentati dalla crisi globale, è meglio non gonfiarle certe notizie. Resta solo un dato di fatto. Non bastano un miliardo di utenti se il modello di business resta inchiodato alla pubblicità. Google è riuscita a crearci un’impero direte voi. Ma è pure vero che Google è un’altra cosa. Facebook arranca. E difficilmente, solo col “social”, colmerà il divario.

July 19 2012

21:48

Beppe Grillo e lo “scandalo” dei finti follower su Twitter

Prima c’era Berlusconi. Con lui, un gruppetto di ragazze disinibite e piene di belle speranze. Qualcuna ce la siamo ritrovata tra i banchi di un consiglio regionale. Qualcun’altra invece, meno fortunata, non ce l’ha fatta. La meritocrazia non è vero che non esiste. Dipende solo dal parametro che scegliete per misurarla. Agitate bene, mescolate tutto con una gustosa storia a base di politica e torbidi festini a sfondo sessuale e lo scandalo nazionale è bello che servito.

Da quando il Silvio nazionale se n’è andato certi giornali hanno dovuto reinventarsi. Le vendite e le visite in continua flessione negativa. E poiché la politica è un argomento che tira sempre, un bel retroscena piccante applicato a qualche personaggio politico è proprio quello che ci vuole per rialzare l’audience ammosciata dalla calura estiva.

Lo scandalo arriva direttamente dalle pagine de La Repubblica. I nuovi scienziati del millennio li chiamano “studi”. Le conclusioni quasi sempre raccapriccianti. Le basi scientifiche, tutte da dimostrare. La modalità è sempre la stessa. Il predicatore lancia l’anatema dallo scanno contro il malcapitato di turno. Sdegno e disprezzo dalla platea degli ascoltatori allo sciorinare dei dati raccolti. Preparatevi. La metà dei follower di Grillo sono finti. Sono dei “Bot”, finti account comprati a buon mercato chissà dove.

D’un tratto la crisi, che va pur tanto di moda, diventa secondaria. L’onda dello sdegno travolge il web e dilaga sui social network. Come se Twitter fosse ormai diventato il nuovo metro sociale per misurare l’attitudine morale delle persone. La tratta dei follower il male della nostra epoca. Vi dico solo che non c’è bisogno di comprarli questi Bot. Se avete un profilo di un certo peso, vi trovano e vi aggiungono da soli. Ma questo non ve lo dicono. Perché altrimenti la storia perderebbe un po’ del suo fascino.

Non provo un’accesa simpatia per Grillo. Ma la storia bisogna raccontarcela per quello che è. Ovvero, nient’altro che un mezzuccio sgangherato per tirare un attacco personale a Beppe, partito da ambienti di destra e finito su un giornale dichiaratamente di sinistra. I cortocircuiti della politica. Cosa non si fa quando serve. Almeno mostrate il buon cuore di tenere aperti i commenti sul post incriminato. E invece no. D’altronde qual è il modo migliore per sparare contro uno come Grillo? Inventarsi una storia a base di escort russe? No. Non funzionerebbe. Se siete abbastanza furbi, per indebolirlo e minare la sua credibilità, colpireste dove lui è più forte. Sulla sua attività in rete. E visto che Twitter va pure di moda, perché non fare due più due?

Per essere credibili impacchettate il tutto coi crismi della scientificità. Nessuno si sprecherà a chiedere spiegazioni se è la scienza a parlare. Ed ecco cosa viene fuori. Vi scandalizzate dei 300 mila follower finti di Grillo? Lady Gaga ha 27 milioni di follower. La metà saranno finti. Immagino che però il rapporto trecentomila a tredici milioni non vi faccia lo stesso effetto. Si chiama relativismo, questo. Brutta bestia. Facciamoci un piacere, tutti quanti. Diamo meno importanza alle frivolezze. E questi social network, proviamo a prenderli per quello che sono. Soprattutto, un po’ meno sul serio. Perché ci state cucendo sopra tante di quelle storie da sembrare ridicoli perfino a voi stessi.

Tags: Radar cattop top

July 15 2012

11:28

La rivoluzione Nexus di Google

Sarà la novità. Sarà il prezzo allettante di 199 dollari. Sarà che Google sta diventando incredibilmente cool. Fatto sta che il Nexus 7, il tablet di Mountain View presentato durante l’annuale I/O Conference dello scorso giugno e prodotto con la collaborazione di Asus, ha fatto il botto. I preordini sono partiti venerdì e i maggiori negozi al dettaglio hanno esaurito gli stock in poche ore.
Erich Schmidt lo aveva predetto qualche giorno fa:“c’è stata un’immensa richiesta per il Nexus 7 nei giorni immediatamente successivi alla sua presentazione”. Visti i primi dati pare che le attese siano state ripagate.
Diciamoci pure la verità. Il Nexus è un tablet eccezionale. Con alcune limitazioni, chiaro. Ma non dimenticate che a un prezzo molto appetitoso, uno si porta a casa un gadget di fascia molto più alta rispetto al piazzamento di prezzo di mercato. Google lo sta vendendo quasi sottocosto. Il margine minimo. Alcuni analisti hanno stimato che il costo al produttore si aggiri intorno ai 160-180 dollari per la versione base. Vic Gundotra, senior Vice President della divisione Engineering di Google ha riassunto il concetto molto semplicemente:“there’s no margin, it just basically gets sold through”.
Quella di Google non è una scelta fatta tanto per filantropia. Al di là dell’oggetto fisico, Google vuole rendere ancora più popolare il cuore del Nexus. Il software. Android Jelly Bean. Il nuovo sistema operativo mobile di Google. Un enorme passo avanti rispetto al passato che lascerà di sicuro il segno più di quanto non abbiano fatto i suoi predecessori.

In Italia è già disponibile per gli smartphone Galaxy Nexus. Aggiornato ieri, una bomba. Fluidità e risposta increbile. Ha delle funzionalità che iOS ancora se le sogna. Google Now, un piccolo capolavoro di ingegneria. La dettatura vocale off-line una rivoluzione. Tu parli, lui scrive parola per parola quello che dici. Non sbaglia un colpo. Con il vantaggio che non c’è bisogno di una connessione 3G per farlo funzionare perché il software che traduce le parole in testo è racchiuso nel cuore di Jelly Bean. Altro che Siri in italiano che lo aspettiamo da mesi e ancora niente. E poi ci sono simpatici widget come ad esempio Google Ears. La risposta a Shazam di Google. Sente una canzone e ti dice il nome e l’artista.

Tutto questo in attesa di ottobre, quando si vocifera verrà presentato il nuovo Galaxy Nexus e sullo sfondo resta sempra il piatto più appetitoso. I Google Glass. Arriveranno non prima del 2014 e potrebbero cambiare tutto quanto.

July 10 2012

20:40

Egomnia e il fallimento della mentalità degli startupper italiani

Mi piace l’imprenditorialità giovanile. Mi piacciono i caratteri forti di quelli che credono fermamente nelle loro idee e si buttano a capofitto nei loro progetti. Mi piacciono soprattutto quelle esaltazioni scalcagnate della stampa che spesso ritraggono con un enfasi esagerata questi fenomeni. E fanno solo danni. Perché non bastava Faceskin a dipingere il quadro della desolazione che connota certe “startup” italiane. Al peggio, lo sapete, non c’è mai fine. E si chiama Egomnia.

Lui è Matteo Achilli, 20 anni, studente Bocconiano. Ogni scontata battuta nei commenti riferita alla stessa frequentazione della Tommasi, vi prego di risparmiarvela. A marzo Matteo ha lanciato Egomnia, una sorta di Facebook che mette in contatto laureati e aziende. In parole povere, una specie di Linkedin alla spicciola ma molto meno cool e del tutto privo di ogni appeal. Esagero? Guardate l’home page e poi mi dite.

Matteo è partito alla grande. Copertina di Panorama Economy a maggio, con tanto di incoronazione per acclamazione come “lo Zuckerberg italiano”. Decine di articoli incensatori sbucati in ogni angolo della rete di casa nostra. Addirittura, il Presidente della Provincia di Milano ha creduto così tanto nel progetto che – riporto testualmente da un’intervista comparsa su Linkiesta – “ha affidato alla mia società il compito di ampliare il target del mercato del lavoro aiutando anche l’istituzione stessa a far incontrare domanda e offerta di placement”. Amen. Qualche istituzione che ti benedice, qui in Italia va sempre di moda.

Il Corriere della Sera gli ha dedicato una lunga e cerimoniosa intervista coi soliti toni smielati e celebrativi di Soferino28. La solita storiella rimacinata come introduzione: “Lo chiamano lo Zuckerberg italiano…”. Che se poi uno finisce per crederci non bisognerebbe tanto prendersela con lui, quanto con chi ce lo fa credere.

E che Matteo ci creda lo capisci quando invece di dire “grazie per la stima, ma andiamoci piano”, colto da un irrefrenabile eccesso di delirio egocentrico si lancia in pericoloso azzardo: “nelle prime 24 ore, Facebook aveva 350 utenti, Egomnia 1000″. Fate pure un minuto di silenzio e riprendete a leggere soltanto dopo. Magari era una battuta, dai.

Non voglio addentrarmi nei soliti problemi che affliggono certe startup nostrane perché, appunto, sono sempre i soliti. Veniamo alle cose serie. Perdonatemi il tono scanzonato di prima. Metteteci pure tutta la mia sincera stima rivolta a Matteo e a chi come lui ha il coraggio di lanciarsi in imprese di questo tipo. Sono convinto che in linea di principio fanno bene a tutti. Però, diciamoci la verità, un minimo di cautela ci vuole. Perché caro Matteo, quando la stampa ti spara così in alto non ti fa quasi mai un gran favore. E uno, poi, il botto se lo aspetta bello forte. Ma se invece ti limiti a rimanere un eco lontano, che si perde nel rumore di tutto il resto, sei bello che bruciato.

Egomnia è imbarazzante. Non serve neanche iscriversi per capirlo. Basta sfogliare i link del footer per rendersene conto. Voglio concedergli tutte le attenuanti possibili e credere al limite al progetto. Ma la mentalità di un vero startupper dovrebbe essere tutt’altra. Prima di sbandierare paragoni insostenibili dovrebbe badare alla sostanza. Altrimenti, il resto, è solo una scatola vuota a contorno e di certo non ci fai una bella figura.

Soprattutto perché, bisogna riconoscere l’onore anche degli altri. Qualche Zuckerberg italiano c’è. E scusami la frecciata feroce Matteo ma di certo, almeno per ora, non abita dalle parti di Egomnia.

May 10 2012

21:23

Quando Internet diventa l’ultima spiaggia di una politica morente

Una volta c’era Silvio Berlusconi. Mattatore indiscusso, nel bene e nel male, del teatrino della politica italiana. Poi sono arrivati i casini. Quattro chiacchiere in privato con Napolitano e un rapido abbandono della scena.Adieu monsier le President.

Prima di sloggiare però Silvio ha incoronato Alfano come suo successore. Qualcuno ha storto il naso. Nel suo schieramento in molti hanno ingoiato il rospo. Nei corridoi del Palazzo, i più smaliziati mormorano che l’appeal di Angelino non è proprio da sex bomb della politica. Metteteci pure un’immagine del PDL in affanno. Agitate e il risultato sarà un disastro pari a quello delle recenti amministrative all’ennesima potenza. Un rischio inaccettabile per le prossime elezioni politiche che nessuno vuole correre.

Il PDL ha bisogno di un rilancio d’immagine. Si riparte dalla comunicazione con gli elettori. Internet sarà l’ultima ancora di salvezza per risollevare le sorti di un partito un po’ sbiadito. E’ una strategia un po’ sgangherata, d’accordo. Internet è l’ultima spiaggia per tutti quando le cose buttano male.

Il piano è semplice. Hanno scelto un comunicatore coi fiocchi. Si chiama Marco Montemagno. Uno di quelli che se lo state a sentire per cinque minuti vi farà saltare i nervi e voglia di sterminare una colonia di innocui puffi. Siccome vi conosco, non saltate a facili conclusioni. Le solite malelingue so già che stanno pensando. Precisiamolo subito. Lui è uno che ci sa fare, approccio pragmatico, piglio da figlio dello zio Sam. Lo show in grande stile stelle e strisce con tanto di claque che applaude.

D’altronde a noi italiani le americanate ci sono sempre piaciute. Peccato che siamo soliti scopiazzarle con uno stile un po’ provincialotto. Che ne so, prendete una serie televisiva come “ER Medici in prima linea” e il corrispettivo casereccio de “Un medico in famiglia”. George Clooney contro Giulio Scarpati. Sfido ogni donna a decidere con quale dei due andare a letto. Ma questo è un altro discorso.
Qual è il punto.

L’articolo è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi. S’intitola “il PDL scopre il web e cerca l’effetto Obama. Via alla marcia online per il 2013″. Dategli una letta per capire di più la faccenda che vi ho riassunto qui sopra.

La campagna elettorale di Obama è stata per certi versi rivoluzionaria. L’uso dei social network e di internet ha influito in maniera decisiva alla sua elezione. Montemagno e company ne sono evidentemente rimasti affascinati. Se la sono venduta bene. Il PDL ha abboccato. Lanciamoci nella sfida del secolo. Olè.

C’è solo un piccolo dettaglio che tutti sottovalutano. L’elezione di Obama non è stata solo frutto del merchandising elettorale, del buzz sui social network e di un’illuminata strategia di comunicazione.
Obama era la novità. Obama era il riscatto dell’America nera. Obama era la grande svolta che milioni di americani aspettavano dopo due non proprio brillanti mandati del cowboy del Texas, George W. Bush. C’è pure da dire, a sua parziale discolpa, che quando hai a che fare con due aerei impazziti che ti buttano giù due torri, di scelte da fare ne hai davvero poche.

Internet come cassa di risonanza per i vostri spot elettorali non sposterà mezzo voto alla resa dei conti delle urne. Mettetevelo bene in testa.

Potete infiocchettare le cose come volete. Ma se la percezione della gente è che la state infinocchiando, sarà lei a fregare voi. Obama era una cosa. Il PDL è un agglomerato stantio di facce già viste. Il solito mischione che gira da anni nei Palazzi del potere verso cui la gente non prova un sentimento del tutto benevolo. Possono cambiare nome, simbolo, inno. Ma sempre quelli restano.

A sinistra non c’è da stare tanto più allegri. Le considerazioni di sopra valgono anche per loro. La situazione dell’attuale classe politica italiana la conosciamo tutti e non c’è niente da aggiungere. Grillo? Un po’ come Pinterest. Se ne parla ma non sfonda. Ma bisogna riconoscere che, più di tutti, è uno di quelli che ha capito per primo come girano le cose sulla rete. Può piacere oppure no. Ma l’idea di creare un movimento che si sviluppasse autonomamente dal basso, grazie alla diffusione della rete, ha fatto breccia e, seppure con i suoi limiti, è un modello partecipativo che funziona perché replica il modello di collaborazione di internet.

I partiti invece ragionano al contrario. La classe dirigente decide. La base è lo spettatore. Più che internet replicano il funzionamento della televisione. Uno può solo cambiare canale e scegliere quello successivo. Peccato però che con i programmi che girano, è meglio tenerla spenta.

May 08 2012

19:01

Terremoto Yahoo! Cadono le prime teste dopo lo scandalo delle dichiarazioni false sul CV del CEO Scott Thompson

La storia merita una certa attenzione. Per capirla tutta va ripercorsa fin dall’inizio. Che negli ultimi tempi Yahoo! non se la passasse per niente bene è affare noto a tutti.

Nel 2009, il consiglio di amministrazione aveva invitato il fondatore Jerry Young a mettersi gentilmente da parte. La sua gestione nel ruolo di CEO era stata semplicemente disastrosa. Un mix di scarsa innovazione e scelte sbagliate che avevano portato Yahoo! sull’orlo del baratro.

Al suo posto, i membri del board avevano calato l’asso nominando Carol Bartz nel ruolo di CEO. Donna di ferro, ex CEO di Autodesk, membro di vari consigli di amministrazione da Intel a Cisco. Mica una da poco.

Tanto per farvi capire di che pasta stiamo parlando, a Michael Arrington (fondatore di TechCrunh), che durante un’intervista l’aveva stuzzicata nel modo sbagliato, aveva riservato un garbatissimo “fottiti” abbandonando la loro chiacchierata a metà. Immaginatevela pure mentre gira i tacchi e porge il dito medio al suo interlocutore invitandolo a infilarselo in quel posto.

Nonostante le aspettative, la gestione Bartz non brillò più di quella di Yang. La cura fu peggiore del male. Dicono che nei due anni alla guida del colosso del web, la Bratz abbia fatto più danni di una grandinata a primavera inoltrata.

Qualcuno ebbe la pietà di staccare la spina. Il 6 settembre del 2011 la lady di ferro ricevette una telefonata. Le comunicarono a bruciapelo che era stata licenziata. I maligni dicono “fottuta”. Le versioni ufficiali, come sapete, non coincidono mai con la realtà dei fatti.

Dopo un breve interim il board vide la luce. Trovò in Scott Thompson, Presidente di PayPal, il candidato ideale per la guida di Yahoo! Le cose sarebbero andate perfettamente. Se nel curriculum vitae, il brillante Scott, non avesse affermato il falso.

Ai tempi della nomina di Thompson molti insider non l’avevano presa bene. Il nuovo CEO non convinceva. Non perché fosse incapace. Semplicemente perché qualcuno avrebbe preferito piazzarci un amico di vecchia data.
Si chiamano giochi di forza. A dispetto di quello che alcuni credono, queste cose non succedono solo in Italia.

Dicono che qualcuno quella nomina a CEO l’avesse presa male. Dicono che sempre questo qualcuno avesse chiesto sottobanco di passare ai raggi X l’intera vita di Scott per trovare ogni minima crepa utile ad aprire una voragine che potesse inghiottirlo.

Gli americani sanno il fatto loro. Se vogliono farti fuori sanno come farlo senza scatenare effetti collaterali. Figuriamoci mettere in croce un povero Cristo.

Pochi giorni fa il curriculum di Thompson è arrivato sulla scrivania di questo qualcuno. Un fascicolo con la scritta “TOP SECRET” e due o tre righe evidenziate in giallo.
Due lauree. Una mai conseguita.
BOOM.

Prima sono arrivate le smentite. Poi le scuse rivolte a tutti da parte dell’interessato che ha liquidato la questione come un puro errore materiale. A seguire è stata avviata un’indagine per chiarire il polverone che si era scatenato. I segugi degli affari interni hanno sgamato che qualcuno sapeva. La piazza pulita è appena iniziata.

La testa di Patty Hart, responsabile della ricerca che ha portato alla selezione di Scott Thompson, è caduta poche ore fa. Dicono perché volesse concentrarsi su altre questioni inerenti al suo ruolo di CEO di International Game Technology.
Dicono.
Le versioni ufficiali, come avrete capito, non coincidono mai con la realtà dei fatti.

May 06 2012

14:30

Perché Pinterest fa tanto bene… al porno

Lo hanno etichettato come la rivelazione dell’anno. Poi, dopo un primo sprint iniziale, ha perso quasi tre milioni di utenti in neanche due mesi. Mentre tutti ne discutevano con il solito approccio filosofico, qualcuno un po’ più smaliziato è rimasto a guardare nell’ombra facendosene un’idea diversa. Carino questo Pinterest. Con un po’ di girls siliconate impegnate in certe attività vietate ad un certo pubblico potrebbe perfino essere meglio. E tutto sommato aveva ragione.

Il modello Pinterest piace. Forse, a dispetto degli scettici, funziona pure. Non è un caso che uno dei domini storici del porno sex.com, il dominio più pagato di tutti i tempi, abbia deciso di farne un clone per il lancio del nuovo sito.

A vederlo ti viene quasi il sospetto che un insider di Pinterest abbia passato sottobanco tutto il codice sorgente in cambio di chissà quali favori.

Sex.com è una vera e propria community di internauti totalmente sex oriented con tanto di board a tema dedicati. Ce ne sono per tutti i gusti suddivisi accuratamente per categorie, dall’amatoriale al vintage. Il gusto di scoprirli lo lascio a voi. Ne avrete per ore.

Il funzionamento è semplice. Ti registri. Fai il login. Crei i tuoi board. Fai il “pin” di immagini e video – di un certo spessore e profondità – che raccapezzi tra i vari YouPorn e Beeg. Li condividi con gli altri utenti. Ricevi like e repin. Ideale per ammazzare il tempo in certe serate poco riuscite.

In Italia non se ne è praticamente parlato. Altrove, il lancio di questo Pinterest del porno è stato chiacchieratisimo. Testate come l’Huffington Post gli hanno dedicato il giusto spazio che si meritava. D’altronte anche il porno è un’industria. Non dimenticatevelo.

Il porno nel nostro paese è da sempre un argomento offlimits. Se ne parli ti guardano male come uno sessualmente disturbato. Il fatto che internet lo abbia sdoganato a fenomeno di massa mondiale, facendolo entrare a pieno diritto nella cultura “popular”, è un dettaglio che nessuno vuole considerare.

Strano però che tra i primi cinque paesi nella classifica dei maggiori fruitori del porno online a livello mondiale ci siamo proprio noi italiani. E non date sempre la colpa ai soliti quattro ignoti. Il fenomeno è più diffuso di quello che vi ostinate a negare. Non serve la macchina della verità per capire che state tutti mentendo fino all’osso.

E dopotutto un giretto su Sex.com ve lo consiglio. Se proprio non vi piacciono i contenuti, almeno il layout del sito, sono sicuro, lo apprezzerete.

April 22 2012

09:14

Le vittime “illustri” del patto Facebook-Instagram

Il primo a dare l’addio era stato Jack Dorsey, co-fondatore di Twitter. Una storia lunga la sua. Jack era stato tra i primi investitori di Instagram. Aveva sperato di integrarlo con Twitter. Ha tentato di acquistarlo in più di un’occasione. Se l’è invece lasciato soffiare sotto il naso dal terribile Zuckerberg.

Poi è successo anche a Phil Schiller, uno dei boss di Apple, (senior vice president of worldwide marketing) mica cosa da poco. Phil se l’è presa col fatto che Instagram, dopo aver rilasciato l’app per Android ha snaturato la sua natura di “piccola” comunità per appassionati di fotografia. La dimensione di massa che ha raggiunto Instagram, non è più in linea con lo spirito iniziale, sostiene.

Uno come me farebbe notare al maestoso Phil che è un po’ la stessa cosa che è successa ad Apple nel tempo. Da fenomeno di nicchia a quello che è oggi. Ma è meglio farsi i fatti propri. Dicono che non sia una pecorella molto docile.

La verità è che Instagram era un’esclusiva iOS e Apple, finché è rimasta tale, ci sguazzava. Un annetto fa circolavano leggende secondo cui l’aumento delle vendite degli iPhone era dovuto proprio alla Instagram mania. Niente di ufficiale, capiamoci. Ma quanto basta per capire la portata del fenomeno.

Schiller, nel suo ruolo ad Apple, ha dovuto dire basta dopo il tradimento di Instagram con Android. Un’altra vittima illustre per l’applicazione di photo sharing.

Ma a Kevin Systrom, di Schiler, interessa poco. L’app per Android ha fatto il botto. E lui siede su una montagna di un miliardo di dollari chiedendosi ancora se tutto quello che è successo sia vero.

April 15 2012

19:14

L’involuzione del Web: come Google e Facebook stanno cambiando la rete e le nostre abitudini

Corsi e ricorsi storici. Succedono inspiegabilmente in ogni contesto umano. Sarà perché non abbiamo le idee molto chiare o forse perché, per quanto le cose cambino, ci avvitiamo in una specie di spirale in cui tutto muta in superficie ma la sostanza, alla fine, resta la stessa.

Intorno alla fine degli anni Novanta il Web era accentrato attorno ai grandi portali come AOL, Yahoo!, Netscape. Poi sono esplosi i blog e allora, l’informazione e le notizie si sono ripartite in una miriade di piccoli fonti che hanno reso il Web un luogo più _democratico_ e partecipativo.

Il trend è stato questo per più di un decennio. Ora le cose sembrano di nuovo collassare sul vecchio modello, per certi versi, esasperandolo, per altri migliorandolo. Internet si sta polarizzando sempre di più su due enormi pilastri. Google e Facebook.

Google è la ricerca sul Web. Facebook è il social network del Web. Sono due giganti che hanno capito che la nuova direzione è l’integrazione dei due aspetti con un unico fine: diventare l’uno o l’altro l’unico _hub_ globale della rete.

Google sta tentando di recuperare terreno con Google+ per il social. Facebook invece, con un motore di ricerca tutto suo, per la _ricerca_. Circolano voci che Microsoft voglia liberarsi di Bing e cederlo a Zuckerberg.
Chi si aggiudicherà questa guerra modificherà di nuovo le nostre abitudini sul Web per il decennio successivo e forse di più.

I blog, capiamoci, resteranno ma ci passeremo sempre meno tempo così come sta già accadendo. Preferiremo fruire delle notizie attraverso un unico servzio, Google, Facebook o entrambi. Twitter? Su duecento milioni di utenti meno della metà, forse, sono veri e la sua forza resterà anche il suo limite che lo taglierà fuori da questa guerra tra giganti: 140 caratteri sono troppo pochi.

Non è detto che alla fine vinca qualcuno. Ma l’informazione sarà di nuovo accentrata, più di quanto accadesse negli anni Novanta, in due enormi monoliti. E’ una specie di involuzione del Web. Forse non è lo scenario più auspicabile ma, per la direzione che hanno preso le cose, è del tutto inevitabile.

March 23 2012

21:20

Nuovo iPad: perché potete farne tranquillamente a meno

Da qualche ora sto giocherellando con il nuovo iPad. Quello che volgarmente, tanto per capirci, tutti etichettiamo come iPad 3.
Per carità, non fatevi sentire dalle parti di Cupertino che lo chiamate così. Dicono che il nuovo boss di Apple vada su tutte le furie.

Tim Cook ha preferito fare di testa sua e quando la solita pecora nera di giornalista gli ha fatto notare che quel nome era un po’ stonato lui ha risposto inviperito: “Non ci piace essere prevedibili, ok?”.

Sarà. Ma ad essere del tutto onesti, questo nuovo iPad non è neanche un’enorme novità. Se vogliamo infierire, più che “prevedibile” era tutto un po’ scontato.

E va bene. Ha il Retina display. Ma ce lo aspettavamo (lo speravamo) da tempo. Esattamente dal giorno successivo alla presentazione dell’iPhone 4. Era giugno 2010, c’era ancora Steve Jobs e non si era mai visto niente del genere prima d’allora. Ieri avremmo tutti detto “wow!”. Oggi, senza stupirci troppo, un lapidario “era ora”.

Capiamoci, questo schermo è indescrivibile. Solo se lo avete tra le mani riuscite a capire cosa intendo. Colori brillanti, caratteri definiti senza la minima sbavatura, una vera goduria per gli occhi.

C’è poi l’hardware potenziato. Fila tutto che è una bellezza, giochi e applicazioni, senza il minimo ritardo. Dicono che il case diventi bollente. Ho giocato per due ore ad Infinity Blade II, il calore aumenta e si sente, ma è sopportabile e non mi pare così rovente come lo hanno descritto.

Solo la tastiera ogni tanto fa le bizze quando pigiate i tasti virtuali più velocemente di quanto iOS sia disposto a darvi retta. E’ un problema noto fin dalle versioni preistoriche del sistema operativo. Pare però che gli ingegneri di Apple proprio non riescano a risolverlo.

L’unico vero disappunto è per la mancanza della funzionalità di riconoscimento vocale, non disponibile in italiano. Un gran rodimento perché su questo fronte Apple, rispetto a Google, è terribilmente indietro. Non fatevi incantare da Siri. Con Android parli in modo naturale e lui trascrive tutto quello che dici senza sbagliare una parola. Riconosce di tutto, anche i termini più strani e inimmaginabili. E’ disponibile in oltre 25 lingue e c’è pure l’italiano. Non fatevi illusioni, con Apple dovremmo aspettare ancora un bel pezzo.

A parte questo c’è poco da dire. Il nuovo iPad è un gioiello. Ma l’esperienza d’uso è rimasta la stessa, identica e sputata al primo, indimenticabile, iPad. Se vogliamo essere più spudorati è un iPad 2 con l’hardware aggiornato. Nient’altro.

Se non avete mai avuto un iPad e proprio morite dalla voglia di acquistarlo non fatevi scrupoli e correte in negozio a comprarlo. Se avete il primo iPad, però, pensateci. Se avete l’iPad 2, lasciate perdere.

Ieri notte ero a Roma per il lancio. Ho acquistato l’iPad a mezzanotte e tre minuti. Non c’erano grandi file d’attesa fuori dai negozi di Via del Corso che iniziavano le vendite a quell’ora. Niente a che vedere con i deliri di due anni fa alla vigilia del lancio del primo iPad.
Solo lo store Vodafone era zeppo di gente. C’erano musica a palla e modelle strizzate dentro tubini rossi da far perdere la testa a chiunque.

Mi è venuto da pensare che questo nuovo iPad, tutto sommato, non abbia più un grosso appeal. E’ stato un retropensiero durato meno di un secondo. Durante il primo weekend di lancio negli Stati Uniti ne hanno venduti tre milioni. Qui in Italia non sarà da meno.

A Roma mi dicono che oggi pomeriggio era già introvabile.
Non siate troppo bacchettoni. Non prendetevela col consumismo sfrenato. Al diavolo la crisi.
Qualche sfizio, nella vita, uno se lo deve pure togliere.

March 20 2012

21:12

Twitter: la grande menzogna

La popolarità. Se non ce l’avete la potete comprare. O meglio, ne potete acquistare un vago surrogato.
Funziona così, è semplice, è alla portata di tutti o quasi. Sempre se siete così imballati di grana e così ardentemente desiderosi di buttare i vostri risparmi in stupide edonistiche velleità a cui nessuno darà mai peso dopo esservi goduti i vostri cinque minuti di gloria.

La differenza fino a poco tempo fa la facevano i gioielli. I diamanti da un milione di carati che scintillavano al dito di una donna, le scarpe di Giuseppe Zanotti o le borse di Jimmy Choo. Per gli uomini, la differenza agli occhi di una donna la faceva una Panda 750 CL o una Maserati.

Poi è arrivata la crisi. Le cose hanno cominciato a buttare non proprio bene un po’ per tutti. Certe esternazioni si sono ridimensionate. Ci siamo buttati su Apple. Sfoggiare un iPhone nel 2008 in Italia era considerato il segno per eccellenza del nuovo status symbol sociale. All’epoca faceva figo. Tantissimo. Rimorchiavo da paura solo strusciando le dita sullo schermo per sbloccare l’apparecchio.

Poi però è arrivato il boom e l’iPhone ora lo vedi in mano pure ai ragazzini, pagato a rate con i risparmi di papà. L’avevo notato da tempo. Non avevo più lo stesso charme quando lo agitavo sotto gli occhi di una qualche miss che avevo puntato. Allora ho deciso di cambiarlo con un Samsung Galaxy Note.
Vi piaccia o no, lo dite voi che le dimensioni non contano. Ma questa è un’altra storia.

Arrivo al punto. Ora c’è Twitter. La popolarità si pesa in termini di followers. Se ne hai tanti sei figo. Se ne hai pochi non conti una mazza. Percezione comune. Dato di fatto.

I VIP aprono un account e schizzano in un giorno a 50.000 followers. In due giorni a 100.000. Poi crescono a multipli di 20.000 a seconda della loro disponibilità economica.

Vi dico come funziona. Molti profili sono veri. La maggior parte finti. Comprati a blocchi di qualche decine di migliaia presso agenzie specializzate che fanno solo quello. Pompano i vostri account di followers. Non lo fanno gratis. Si fanno pagare e pure un bel po’.

Se volete essere seguiti da 50.000 followers accomodatevi pure. Se ne volete 100.000 siete i benvenuti. Basta la vostra carta di credito. Poi però non vi lamentate se sarà come conversare con una città fantasma. Date un’occhiata ai followers dei VIP. Sono decine di migliaia di profili che hanno al massimo tre o quattro tweet. Seguono migliaia di utenti e sono seguiti a mala pena da una dozzina.

Guardavo poco fa l’account di Geppi Cucciari. 50.107 followers. 4 Following. 0 Tweets. Quando si dice, ti seguo sulla fiducia.

Già lo so i maligni che stanno pensando. Vi stronco subito perché non ho voglia di litigare. Io non sono VIP. Ho solo un blog che ha racimolato 53 milioni di visite e un’account Twitter attivo da settembre del 2007. Ho impiegato 3 anni e mezzo di nottate davanti allo schermo del portatile per arrivare a 44.000 followers. Ho anche speso un mucchio di tempo ad ammorbarvi con 30,200 tweets. Se avessi investito meglio il mio tempo adesso magari avrei una decina di bestseller pubblicati da Mondadori. Ma mi accontento delle piccole cose. Preferisco uscire a cena con le ragazze che conosco su Twitter. Quindi non provateci nemmeno, vi censuro i commenti. Giuro.

Io non sono l’unico caso. Siamo in tanti. Cresciuti parallelamente alla crescita di questo social network. Molti sono arrivati dopo e l’hanno avvelenato con quello che è puro spam.

Un’ultima cosa. Le persone non sono così sprovvedute. Vi dico un paio di formulette per sgamare gli inghippi. 100.000 followers, un migliaio di tweet e una decina di following è no buono. 100.000 followers, 100.000 following è no buono. Fate le vostre proporzioni per regolarvi su quando un account è reale o pompato.

Se però proprio volete i vostri cinque minuti di gloria, confidando sulla superficialità della gente che si basa solo sul numero dei vostri followers, bene, buttate pure i vostri soldi comprando followers.

Non vi ho detto una cosa. È una strategia pericolosa. Perché se Jack Dorsey e i suoi se ne accorgono, nonostante siano in qualche modo tolleranti, rischiate che vi chiudono l’account. Per sempre.

A quel punto ci sarà poco da fare. Dovrete ricominciare da zero, con un account nuovo di zecca. 10 followers al giorno per i prossimi 10 anni.

Dopo non venite a piagnucolare da me.

Vi avevo avvertito in tempo che in fondo è tutta una grande menzogna.

March 15 2012

20:24

Google ha ucciso l’innovazione: ora è solo una advertising company

Il nome James Whittaker ai più non dirà niente. È un ingegnere che fino a qualche giorno fa lavorava a Mountain View, California, al 1600 di Amphitheatre Parkway. È uno dei luoghi più famosi della contea di Santa Clara che ospita il quartier generale di Google.

Qui, negli uffici del Googleplex, arrivano centinaia di curriculum ogni giorno da parte di ragazze e ragazzi che provengono da ogni parte del mondo, desiderosi di entrare a far parte di una delle aziende più innovative e di successo della nostra epoca.

Per alcuni è il colpo della vita. Per altri un’enorme delusione.

Whittaker appartiene alla seconda categoria. Dopo alcuni anni decide di tracciare una linea col proprio passato a Google e consegna una lettera di dimissioni senza troppi drammi o rimpianti. In molti lo incalzano e gli chiedono spiegazioni per quella scelta apparentemente sconsiderata.

La risposta arriva dalle pagine del suo blog e fa riflettere. Perché non è il solo a pensarla così. Perché i malumori di alcuni insider di Google strisciano ormai da diverso tempo in rete. Perché qualcosa nello spirito iniziale della creatura di Page e Brin è ormai cambiato e forse aveva ragione Steve Jobs nel sostenere “don’t be evil: it’s just a bullshit.”

Google che abbiamo conosciuto non esiste più. La compagnia che motivava i propri impiegati ad innovare è solo un ricordo del passato. La nuova Google è un mastodonte che si è trasformata da una tech company ad una advertising company con un unico mandato aziendale: attrarre inserzionisti sulle proprie pagine.

Larry Page sembra ossessionato esclusivamente da Facebook. Il nuovo corso aziendale è quello di puntare sul “social”. Google+ è diventato una priorità assoluta. La tiepida accoglienza che ha ricevuto da parte degli utenti pare stia togliendo il sonno alla triade Page, Brin e Schmidt. Mark Zuckerberg a Palo Alto se la ride, seduto sopra una fortuna di 800 milioni di utenti valutata 100 miliardi di dollari.

Google Labs, l’incubatore di idee che ha sfornato Gmail, è stato chiuso in tutta fretta per evitare di disperdere inutilmente energie e focalizzarsi sul core. Managerialmente parlando è una scelta che può avere senso. Le cantonate, a onor del vero, sono state clamorose. Buzz, Wave, Latitude, solo per citarne alcune.
Ma Google non è nell’immaginario collettivo un’azienda come tutte le altre. Con la chiusura di Google Labs è venuto meno uno dei simboli più significativi dell’innovazione interna. Molti hanno storto la bocca. A molti non è andata giù. Molti si sono sfilati e sono passati alla concorrenza. Dicono che a Facebook si respiri (ancora) tutta un’altra aria.

La vecchia Google era un posto speciale in cui lavorare. Forse la nuova non lo è poi più così tanto.

March 12 2012

20:46

Yahoo! avvia un’azione legale contro Facebook per violazione dei propri brevetti

Scott Thompson, il nuovo CEO di Yahoo!, lo aveva preannunciato la scorsa settimana: sarà guerra se non si troverà un accordo. E dopo il fallimento della trattativa privata tra i due giganti del Web, Yahoo! ha appena depositato, presso la corte federale, un’azione formale contro Facebook per violazione di alcuni dei propri brevetti tecnologici.

Secondo le accuse, Facebook starebbe utilizzando alcune tecnologie sviluppate da Yahoo! nell’ambito della pubblicità on-line, del social networking e dei sistemi di messaggistica, senza sborsare un centesimo per i diritti di utilizzo. Kara Swisher di All Thing D ha fornito alcuni dettagli su una breve dichiarazione rilasciata sulla questione da parte del board di Yahoo!.

“Nel corso degli anni Yahoo ha investito importanti risorse nella ricerca e sviluppo che hanno portato alla registrazione di numerosi brevetti che sono stati concessi in licenza ad altre compagnie. Queste tecnologie sono il fondamento del nostro business, con più di 700 milioni di visitatori unici al mese, e rappresentano lo spirito di innovazione su cui Yahoo! è stata fondata. Sfortunatamente, la questione con Facebook rimane irrisolta e siamo pertanto costretti a chiedere un risarcimento ad un tribunale federale. Siamo confidenti che le nostre ragioni prevarranno.”

Assomiglia ad una storia già sentita. Zuckerberg pare esserci ricascato. A pensar male si commette peccato. Ma se i fratelli Winklevoss avessero davvero ragione?

March 09 2012

20:32

INSTABOOM! Instagram per Android: a 48 ore dal lancio. Forse…

Instagram su Android. Se ne parla da mesi. Era stato annunciato imminente a dicembre dello scorso anno. Smentite, mezze conferme, rumors, continui rimandi.

Kevin Systrom, fondatore e CEO della popolare applicazione di photo sharing per piattaforma iOS, aveva confermato con un laconico “ci stiamo lavorando”. Tante speculazioni, pochissime certezze, Nessuna data certa all’orizzonte.

Le priorità prima di tutto. Systrom era impegnato con Mike Krieger, l’altro co-fondatore di Instagram, ad intascare un pacco di finanziamenti che secondo le quotazioni del Wall Street Journal avrebbero fatto schizzare il valore della loro creatura a $500 milioni di dollari.

Poco in termini assoluti. Ancora lontanissimo dalle cifre stratosferiche di Facebook e Twitter che sfondano le decine di miliardi di dollari. Ma pur sempre venti volte il valore che Instagram aveva appena un anno fa.

Tredici impiegati in tutto. Nato appena due anni fa. Venticinque milioni di utenti. Non sono numeri che lasciano proprio indifferenti. Soprattutto quando hai ancora a disposizione un mercato immacolato di più di trecento milioni di device targate Android con un tasso di crescita di 850.000 unità al giorno. Fatti due conti, qualcosa come 6 milioni di potenziali clienti di Instagram a settimana.

Le voci continuano a girare. Da qualche giorno si fanno più insistenti. Sembra che domenica 11 marzo, dal palco del SXSW 2012 di Austin, Systrom lancerà la tanto attesa versione di Instagram per Android.

È solo questione di ore. Abbiamo tutti grandi aspettative. Potrebbe essere uno dei più grandi successi di sempre da quando le apps sono sbarcate sugli smartphone di nuova generazione. Si aspettano cifre record da capogiro.

Caro Kevin non deluderci anche questa volta.

February 20 2012

21:43

Exclusive Interview with Brian Solis: Social Influence, Content Curation and Future of Social Media

In this exclusive interview for Woork Up, Maria Petrescu (Intervistato.com) talks with Brian about the meaning of social influence, use of social media inside companies, the problems caused by the lack of communication between divisions and asked to Brian a prediction on the future of social media.

External link: Read the full transcription on Intervistato.

February 19 2012

16:33

Android 5 è in arrivo: ma Android 4 che fine ha fatto?

Potrebbe arrivare in estate o addirittura prima. La versione 5 del sistema operativo mobile di casa Google, nome in codice Jelly Bean, potrebbe spiazzare tutti quanti e relegare il suo predecessore, Ice Cream Sandwich, ad una sfortunata comparsata. Peggio di quanto abbia fatto Microsoft a suo tempo con Windows Me o Windows Vista con l’unica differenza che Android 4 merita, eccome.

Reso disponibile a novembre 2011, Ice Cream Sandwich è passato più o meno inosservato: a quattro mesi dal lancio gira su meno dell’1% delle device Android attualmente in circolazione.

Molti smartphone delle maggiori case produttrici non lo supportano. L’aggiornamento sui prodotti di punta tarda ad arrivare. Per alcuni dispositivi, come il Galaxy Note e il Galaxy SII di Samsung si parla (forse) a marzo. Per i più sfortunati possessori di LG addirittura settembre 2012.

E questo è un norme peccato, perché lo provo da mesi sul nuovissimo Galaxy Nexus ed è davvero un salto epocale rispetto ai suoi predecessori che vi fa dimenticare l’iPhone e iOS.

Il ritardo nell’adozione di Ice Cream Sandwich è intollerabile in un mercato in così rapida evoluzione. Google dovrebbe costringere i produttori a forzare le loro tabelle di marcia e favorire la diffusione dell’innovazione del software con tempi compatibili a quelli di mercato.

Spesso i produttori spendono inutili energie a snaturare l’esperienza d’uso originaria di Android, adattandoci sopra una UI proprietaria, per distinguersi in qualche modo dagli altri concorrenti. I tempi così si allungano e gli aggiornamenti tardano arrivare.

Tant’è che Andy Rubin presenterà Android 5.0 durante la Google I/O conference 2012 prevista per fine giugno. Per allora i numeri della diffusione di Android 4 non saranno molto più grandi degli attuali.

Peccato per Ice Cream Sandwich. Un’occasione sprecata. Spero solo che per Jelly Bean non sia lo stesso.

February 18 2012

23:41

Iran: l’esecuzione del programmatore Saeed Malekpour potrebbe essere imminente

Aggiornamento 19 febbraio, 00:52 – Amnesty International ha messo a disposizione su questa pagina alcune informazioni e indirizzi per contattare direttamente le maggiori autorità Iraniane e tentare di fare in modo di annullare la condanna.

19 Febbraio, 00:40 – Quando Saeed Malekpour tornò in Iran nel 2008 per far visita ai suoi genitori, trovò ad aspettarlo alcuni ufficiali di Tehran che lo condussero agli arresti. Aveva passato gli ultimi quattro anni della sua vita in Canada, dove aveva preso la cittadinanza con sua moglie Fatima, lavorando come web designer e sviluppando un tool per l’upload di foto su Internet.

Secondo le autorità Iraniane il tool era stato utilizzato per diffondere materiale pornografico sulla rete e Saeed venne rinchiuso in una cella d’isolamento nella prigione di Evin, una località a nord-ovest di Teheran, nota per ospitare prigionieri politici e oppositori al regime.

Dopo mesi di torture fisiche e psicologiche, minacce alla sua famiglia e promesse da parte delle autorità di un immediato rilascio a fronte della sua ammissione di colpa, Saeed confessò il suo crimine davanti alle telecamere della televisione di stato Iraniana.

Ma per lui non ci fu nessuna grazia. A dicembre 2010 la Suprema Corte lo ha condannato a morte per diffusione di materiale pornografico, agitazione contro il regime e insulti alla santità dell’Islam. La storia fece il giro del mondo. La sentenza è stata sospesa a giugno del 2011 dietro le pressioni del governo Canadese ma a gennaio del 2012 la Corte Suprema di Tehran ha confermato la condanna a morte.

Secondo la CNN che sta seguendo l’evolversi della situazione con gli osservatori di Amnesty International, l’esecuzione di Saeed, 36 anni, potrebbe essere imminente e avvenire nelle prossime ore.

February 13 2012

22:22

MySpace, un milione di nuovi utenti in trenta giorni: declino e rinascita di un social network

Quando Tom Anderson e Chris DeWolf lanciarono MySpace nel lontano 2003 non pensavano minimamente che quel sito, sviluppato in soli dieci giorni, sarebbe diventato una delle pietre miliari della storia di Internet.

Nè potevano immaginare che appena due anni più tardi la News Corporation, del magnate dell’editoria Ruppert Murdoch, avrebbe sborsato la bellezza di 580 milioni di dollari per acquistare quello che è comunemente riconosciuto come il primo social newtork della storia.

Erano i tempi delle prime pagine dei giornali, dei giorni da superstar e degli autografi sotto i lucenti riflettori del nuovo miracolo economico del web “due punto zero”. Dopo la fragorosa esplosione della bolla speculativa che aveva travolto la dot economy agli inizi del 2000 avevano tutti voglia di ricominciare da capo. Lo zio Ruppert aveva visto lungo. Così lungo che con quei 580 milioni di dollari prese una delle più grosse cantonate della sua vita.

L’euforia per quella creatura di connessioni sociali virtuali, infatti, durò poco. Esattamente fino a quando, all’apice del suo successo planetario, un intraprendente ragazzino lentigginoso, che bazzicava dalle parti di Harvard, decise che era venuto il momento di fare piazza pulita.

Arrivò Facebook e massacrò MySpace nel giro di un paio d’anni. Più gli utenti del primo aumentavano più l’emorragia di utenti dal secondo era inarrestabile.

Raccontano che in quei mesi di agonia lo zio Ruppert non l’avesse presa per niente bene. Mettetevi pure nei suoi panni. Spendere 580 milioni di dollari non è come comprare un motorino al bravo nipotino diligente sulla base dei voti del primo quadrimestre e scoprire poi, a fine anno, che il piccolo Tom è stato bocciato con un quattro fisso in tutte le materie.

D’altronde si chiama rischio d’impresa. Nella vita bisogna stare sempre in campana. Ricordatevelo.

Murdoch all’epoca aveva speso una fortuna. Qualcuno malignamente profetizzò un imminente crollo del suo impero a causa di quella spesa sconsiderata. Il vecchio tentò il tutto e per tutto per salvare il salvabile. I tentativi di cura si rivelarono peggiori della malattia. In pochi mesi si alternarono continui cambi al vertice, soldi polverizzati in potenziamenti e inutili modifiche alla piattaforma ormai priva di qualunque appeal.

My Space collezionò un disastro dietro l’altro. Passò da 1600 a 200 dipendenti nel periodo che va da gennaio 2009 a giugno 2011 e una base di utenti in caduta libera. Venne dato come cerebralmente morto agli inizi del 2010.

Specific Media e Justin Timberlake staccarono la spina il 29 giugno del 2011 rilevandone la proprietà per 35 miseri milioni di dollari. Fu un vero e proprio affarone per la combriccola che si aggiudicò l’offerta. Un po’ meno per lo zio Murdoch che aveva perso una fortuna e qualche anno di tranquillità appresso a quella sciagurata iniziativa. Immaginatevi la sua faccia: “Grazie Tom, ce ne fossero di nipotini come te”.

Col cambio di proprietà MySpace si è riposizionato sul mercato e deposte le armi, dopo gli inutili tentativi di portare avanti una logorante guerra contro l’irraggiungibile Facebook, la piattaforma si è evoluta in una vetrina per le band e gli artisti, concentrandosi prevalentemente sulla pubblicazione e la diffusione di musica online. Con oltre 42 milioni di canzoni nel suo catalogo, MySpace è la più grande collezione di musica gratuita online.

Negli ultimi trenta giorni, secondo quanto annunciato oggi da Specific Media, MySpace ha superato il risultato sorprendente di un milione di nuovi utenti. Sembrano niente rispetto ai numeri di Facebook ma un trend positivo del genere (circa 40.000 uniche nuove iscrizioni al giorno) non si vedeva da tempo. Tanto per rendere l’idea, soltanto un anno fa, nello stesso periodo di riferimento, ne aveva persi dieci milioni.

“MySpace sta costruendo una significativa esperienza sociale attorno ai contenuti di intrattenimento, attraverso la quale i consumatori possono condividere e ascoltare la musica che amano” ha detto Tim Vanderhook, CEO della compagnia.

A quanto pare l’interesse verso MySpace si sta flebilmente riaccendendo anche se da parte di un pubblico di utenti confinato in una nicchia di mercato ben definita e molto ristretta all’ambito musicale. Ma la missione e il suo business sono cambiati rispetto all’origine del social network. Del vecchio MySpace, a parte il nome, non è rimasto più nulla. È ora di ricominciare e, forse, considerando i numeri, non va poi così male.

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